di Alberto Santigli *
Alle 22.00 ora italiana del 02 aprile 2025 il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto il suo show mediatico annunciando nuovi dazi sugli scambi commerciali tra USA e UE. L’intervento verrà ricordato probabilmente come il “Discorso del Giardino delle Rose”.
L’argomento è complesso, ma un aspetto in particolare ha formato oggetto di critica feroce da parte di politici, economisti e giornalisti europei.
Secondo la narrativa di The Donald “L’Iva è un dazio” e come tale va considerata nella valutazione degli scambi commerciali tra USA e UE. Questa affermazione ha stimolato le critiche di tutta la stampa europea. Per citare qualche pubblicazione, l’Ansa titola “La ‘tabella pazza’ di Trump, così ha gonfiato i dazi” e TGCom24 invece “Dazi, tutti gli errori di Trump: dalla confusione tra Iva e tariffe doganali all’illusione della reciprocità“. Sottile la linea del Corriere della Sera. La testata parla di “inciampo” […] perché “l’Iva … è un’imposta che tassa nello stesso modo tutti i beni consumati all’interno di un Paese… Dunque, non vi è nella sua applicazione nessun intento di limitare le importazioni” (ndr. neretto dell’autore)
Personalmente non ho l’arroganza di confutare né la tesi di Trump né quella dei teorici europei. Ma sono abituato a ragionare con la mia testa ed ho cercato di capire il ragionamento fatto da The Donald di cui non condivido il pensiero politico ma sono convinto che non sia un fesso. Governa un continente di trecentoquaranta milioni di abitanti e sa bene ciò che fa.
Cosa sia un dazio dovrebbe essere noto a tutti. E’ una tassa che si applica sui prodotti importati da un determinato paese tale per cui quel prodotto subisce un aumento di prezzo corrispondente al dazio applicato. In parole povere un condizionatore che arriva dalla Cina a cinquecento euro finirà poi per costare quel tanto di più quanto è il dazio applicato. E questo è piuttosto chiaro e semplice da assimilare.
Ora analizziamo la questione iva ed il punto di vista di Trump e dell’Europa e cerchiamo di capire perché il presidente USA la equipara ad un dazio.
La risposta unisona della tesi europea è stata netta e con qualche differenza lessicale si focalizza in questa affermazione “L’iva non è un dazio. L’iva è un’imposta indiretta che colpisce indistintamente tutti i consumi su un determinato territorio. I Dazi sono una imposta diretta che si applica sui beni importati da un determinato paese al fine di limitarne le importazioni in un determinato territorio”. Dazi ed iva, sarebbero, in sostanza, due cose diverse.
L’affermazione teorica non fa una piega, se fossimo all’esame di Diritto Tributario o di Macroeconomia ci saremmo meritati un bel trenta e lode e vista la bella stagione un bel week end di relax in qualche capitale europea.
Ma siamo sicuri che nella pratica le cose funzionano veramente così? O piuttosto l’iva nasconde qualche insidia di cui noi consumatori siamo perfettamente consapevoli, perché lo viviamo con il nostro portafogli, e che i teorici fanno finta di non vedere?
Per cercare di dare una risposta a questa domanda, e tentare di capire il punto di vista degli Stati Uniti, ho provato ad analizzare l’economia in modo pratico, per come produce effetti nelle tasche delle persone comuni ed ho cercato di riflettere su come l’iva può incidere sugli scambi commerciali tra USA e UE. Questo metodo forse ci aiuterà a capire meglio la visione di Trump.
Prima descriviamo lo scenario di studio applicando, come si fa nell’analisi dei modelli economici, alcune semplificazioni su questioni che sono superflue rispetto a ciò che si vuole analizzare.
Il cambio euro – dollaro lo consideriamo alla pari, un euro per un dollaro; questa ipotesi non è tanto diversa dalla situazione attuale. Non consideriamo spese di trasporto e non valutiamo i margini di profitto di produttori e rivenditori; ci concentriamo sul punto di vista del consumatore finale (europeo) e della filiera produttiva (quella degli Stati Uniti).
E da ultimo partiamo con l’idea che il potere di acquisto sia identico sia in Italia che negli Stati Uniti. Questo, in realtà, non è correttissimo ma è una semplificazione necessaria per capire il ragionamento.
Ora un tecnicismo, purtroppo necessario. L’iva si applica nelle operazioni di mercato interno. In Italia, sui beni di consumo ordinario, si applica un’aliquota del 22%. E nelle operazioni di import export la vendita avviene fuori campo iva. Questo significa che quando la merce passa la frontiera lo fa senza iva.
Chiariti questi concetti, iniziamo un bel viaggio accompagnando le merci che si muovono tra Europa e Stati Uniti immaginando le storie di vita vera che ci sono dietro.
Andiamo nelle bellissime Marche nel distretto calzaturiero più importante d’Europa, forse del mondo, dove una piccola azienda artigiana ha appena realizzato un bellissimo paio di scarpe al prezzo “chiavi in mano” di cento euro.
Queste scarpe prendono il volo e vanno verso gli Stati Uniti ed arrivano a New York al prezzo di cento euro – dollari. Come si diceva un momento fa, le operazioni di import export sono fuori campo iva per cui le scarpe di cui parlavamo escono dalla fabbrica a 100 euro-dollari ed arrivano a New York a 100 euro-dollari.
Atterrate a New York a quelle scarpe viene applicata la Sales Tax locale (così la chiamano l’iva negli Stati Uniti) del 4%. Ed ecco che quelle bellissime scarpe Made in Italy (va di moda in tutto il mondo), fatte a mano (così dice la pubblicità) e munite del buon gusto italiano (conoscete qualcuno a cui non piace?), vengono vendute a 104 dollari al consumatore americano.
Direi, fin qui, che il consumatore americano è piuttosto contento. Ed è contento anche il produttore italiano che durante l’aperitivo con gli amici si vanta di vendere bene negli Stati Uniti.
Ora però cambiamo prospettiva.
Per chi non lo sapesse anche negli Stati Uniti producono delle scarpe molto belle. Le sneakers New Balance che tanto vanno di moda tra i giovani si fregiano della dicitura Made in Usa. Sono bellissime e portarle ai piedi ci fa vivere un pò il sogno americano. Per chi fosse interessato sono fatte a mano (anche queste sai) nel New England.
Immaginiamo che quel modello di sneakers decolli da New York destinazione Roma. Partono dagli Stati Uniti a 100 euro – dollari, e come nel caso precedente non subiscono applicazione di iva (abbiamo già detto, ma ripetiamolo perché il discorso è complicato, che le operazioni di import export sono fuori campo iva).
Arrivano a Roma e che succede? Non appena posate sullo scaffale del negozio della capitale quelle scarpe Made in Usa immediatamente balzano al prezzo di 122,00 euro. Prezzo che, intendiamoci, si applica a tutti i consumatori indiscriminatamente. Anche la scarpa fatta nelle marche di cui abbiamo parlato sopra è nel negozio a fianco sempre a 122 euro.
Se limitiamo la nostra attenzione al mercato interno italiano è chiaro che l’iva non è un dazio. L’iva al ventidue è stata applicata sia alle scarpe fatte in italia che alle scarpe fatte in America per cui la partita è neutra e non discrimina nessun produttore. Entrambi i modelli sono sullo scaffale a centoventidue euro – dollari. Non c’è nessuna alterazione sulla concorrenza e sul mercato.
Ma ora allarghiamo la riflessione in una prospettiva più ampia. Ci eravamo impegnati a cercare di capire il punto di vista degli altri.
Chiunque è abituato a fare i conti con lo stipendio fisso, sa bene che cento non è la stessa cosa di centoventidue. Questa distinzione di prezzo, per molti potrebbe non fare differenza ma per tanti altri si. Certo è che su scala macroeconomica è in grado di condizionare la propensione al consumo su un determinato prodotto. E questo vale in Italia ma vale anche negli Stati Uniti. La classe operaia USA non è fatta di alieni, è fatta da esseri umani come noi che affrontano, nella quotidianità, gli stessi identici nostri problemi: arrivare a fine mese.
Ed è evidente che la sneaker Made in Usa che in Italia viene venduta a 122 euro-dollari ha una probabilità ad essere acquistata inferiore rispetto alla scarpa Made in Italy che sullo scaffale di New York si trova a 104 euro-dollari.
Direi, a questo punto, che forse il produttore americano è meno entusiasta di quello italiano perché durante la partita di golf (in america non hanno la buona abitudine dell’aperitivo) non si potrà vantare di vendere bene nel bel paese. Le sue scarpe rimangono sullo scaffale per un bel po di tempo.
Allora, ragioniamo. E’ corretta l’affermazione secondo cui l’iva non è un dazio? Dal punto di vista europeo ed in un senso rigorosamente formale e teorico non lo è. Su questo nessun dubbio. Lo sa bene il nostro studente che ha appena preso trenta e lode e si sta godendo il week end in vacanza.
Ma ho la sensazione che il trumpone non ragioni così. The Donald è concentrato sugli Stati Uniti, poco gli importa che dalla prospettiva del mercato interno europeo l’iva è neutra, a lui interessa sapere quanto l’iva europea pregiudica le vendite dagli USA verso la UE. E’ un pragmatico, non gli interessano le definizioni accademiche e legislative, gli interessano gli effetti concreti delle cose, quelli che a fine mese ti fanno fare i conti con il portafogli. E’ un populista, gli interessa sapere come le cose incidono sulle tasche delle persone comuni americane, non come operano in senso macroeconomico.
Ecco allora che seguendo il dibattito mi viene in mente la riflessione fatta da Antoine Magnan, zoologo ed ingegnere aeronautico, il quale insegnava che “la struttura alare del bombo, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”. Ecco potremmo dire la stessa cosa dal punto di vista dell’iva nelle operazioni di import export: “L’imposta sul valore aggiunto non è un dazio, ma lei non lo sa e quindi si comporta come tale”.
* Professionista iscritto all’Albo degli Avvocati di Frosinone, specializzato in diritto delle imprese. Completato gli studi in Giurisprudenza ha conseguito il Diploma della Scuola Biennale di Specializzazione in Professioni Legali e due Master di II livello in Diritto del Lavoro. Nel corso dell’attività forense ha maturato una significativa esperienza nel settore del diritto del lavoro, ottenendo il prestigio della iscrizione all’AGI Avvocati Giuslavoristi Italiani, ed in ambito internazionale in EELA European Employment Lawyers Association. Nell’ambito del Diritto Commerciale ha prestato la sua attività in operazioni nazionali ed internazionali nelle principali piazze economiche, tra cui Europa, Usa, Russia, Emirati Arabi Uniti, Taiwan, Malesia e Cina. Quando non esercita la professione di avvocato e non è in viaggio si impegna nella sua attività principale di marito e di padre di due figli.