Un viaggio visivo nei territori interiori della mente, dove le parole non bastano e solo l’immagine riesce a dare forma al dolore. Dal 27 dicembre al 4 gennaio, la Galleria Vicolo Sistitilio 1 a Ferentino ospita “Claustrophobia, the cycle of depression”, la mostra fotografica di Paolosimone Picchi, un progetto artistico di grande intensità emotiva che indaga il ciclo della depressione attraverso l’obiettivo della macchina fotografica.

L’inaugurazione della mostra, accompagnata dalla presentazione del libro, si terrà venerdì 27 dicembre alle ore 18.00. L’esposizione sarà visitabile ogni giorno con orario continuato: dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 21.00, offrendo al pubblico l’opportunità di immergersi in un racconto visivo profondo e senza filtri.
“Claustrophobia, the cycle of depression” non è una semplice mostra fotografica, ma un autentico reportage psicologico che esplora dimensioni interiori difficilmente traducibili in parole. Gli scatti di Picchi non seguono una narrazione lineare, ma rappresentano un ciclo continuo di vuoti, sovraesposizione, ossessione e isolamento, elementi che caratterizzano l’esperienza della depressione.
Il progetto affonda le sue radici in un passato lontano. Paolosimone Picchi ha iniziato a fotografare per questo lavoro a dodici anni, guidato da un’urgenza espressiva che non riusciva a tradurre in parole. “All’epoca non aveva una forma definita né una direzione precisa, nasceva da un impulso istintivo, dalla necessità di esprimere qualcosa che sentivo profondamente ma che non riuscivo né a comprendere né a tradurre in parole”, racconta l’autore.
La fotografia è diventata per lui un linguaggio alternativo, uno strumento per dare forma visiva a ciò che il pensiero non riusciva a contenere. Un modo per raccontare un mondo interiore complesso, spesso contraddittorio, che sfugge alla logica e alla razionalità. Non sono semplici fotografie, ma documentazione visiva di un processo mentale, uno sguardo sull’intimità di un vissuto che non si può spiegare.
Nel tempo, senza una direzione chiara, questo archivio si è evoluto in una narrazione irregolare, ma coerente nella sua instabilità. “Ogni scatto è una stanza chiusa, uno spazio in cui mi sono rifugiato, ma anche una prigione che ho costruito per affrontare me stesso”, spiega Picchi. “In alcuni momenti ho cercato di capire, in altri solo di verificare se ero ancora presente”.







alcuni degli scatti in mostra
L’artista descrive il suo lavoro con parole che rivelano tutta la profondità del progetto: “ogni immagine è un confronto con i limiti: quelli del corpo, della percezione, del pensiero. Alcune sono frutto di lucidità, altre di confusione, ma tutte testimoniano il persistente dialogo interiore che non smette di esistere, anche quando è doloroso”.
“Claustrophobia” non offre risposte, ma espone senza filtri ciò che è stato sentito, non ciò che è accaduto. È un racconto visivo di tensione tra l’io e il mondo, tra l’identità e lo spazio che la costringe. Ogni fotografia è un tentativo di resistere, ma anche di attraversare, di sopravvivere alla propria distruzione.
Questo progetto non ha un finale. Resta aperto, come una ferita che non si rimargina, ma che ha imparato, nel tempo, a parlare. Un’occasione preziosa per il pubblico di Ferentino e non solo, per confrontarsi con un’arte che tocca corde profonde dell’esperienza umana, attraverso lo sguardo coraggioso e onesto di un giovane artista che ha trasformato il proprio dolore in linguaggio universale.




