di Silvia Scarselletta
Conosciamo tutti la frase “l’ambizione batte il talento”, ma quanti hanno davvero il coraggio di viverla fino in fondo? La redazione di anagnia.com, oggi, vuole raccontare la storia di un giovane chef anagnino – Matteo Fiorini – che dalla lontana Lima, in Perù, si racconta e ci dimostra come l’amore materno, la determinazione e il sacrificio possano spingere una persona molto più lontano di quanto immagini.

Quando abbiamo chiesto a Matteo cosa sentisse davvero il bisogno di raccontare del suo percorso, la risposta ci ha colpiti: non i traguardi, non i successi, ma i desideri: “la cosa più importante per me – racconta – è rendere fiera mia madre. Se sono qui è grazie a lei, e non lo dico tanto per dire: fu lei a volere fortemente che io frequentassi l’Istituto Alberghiero Michelangelo Buonarroti di Fiuggi. Solo col tempo ho capito che, come fanno tutte le mamme,aveva visto il mio potenziale prima ancora che io riuscissi a riconoscerlo”.

Un altro tema a cui Matteo tiene molto è la sinergia tra i giovani e la formazione: “vedo molti ragazzi, soprattutto nella mia ex scuola, affrontare il loro percorso con leggerezza, senza stimare né seguire gli esempi dei grandi nomi della Cucina Italiana nel mondo, come se non credessero davvero di poter arrivare lontano. A loro voglio dire che possono tutto, ma solo se lo vogliono davvero con tutte le loro forze. Agli insegnanti, invece, dico che dovrebbero essere i loro mentori, perché credere nei propri studenti è il primo compito di chi insegna”, ed è proprio ai suoi mentori, Taka Kondo e Karime López, che Matteo riconosce un debito profondo.

Dopo il diploma alberghiero, Matteo decide di trasferirsi all’estero, in Olanda: un po’ per amore, un po’ per fame di conoscenza, ma l’esperienza si rivela durissima: “mi trattavano molto male, facendomi sentire una nullità; il trauma è stato talmente grande, che quel giorno ho deciso che non avrei mai più permesso a nessuno di umiliarmi così, e che avrei fatto il massimo per essere il migliore”.
I due anni passati all’estero portano a un certo punto il bisogno di tornare in Italia, e quel bisogno ha un nome preciso: “ALMA, Scuola Internazionale di Cucina Italiana”, una scuole delle più prestigiose, che propone a Matteo uno stage all’Osteria Francescana, guidata dallo Chef Massimo Bottura, allora — come oggi – uno dei nomi più importanti della cucina mondiale. Nonostante fosse la numero 1 in Italia nel The World’s 50 Best Restaurants , Matteo prende una strada diversa e per lo stage sceglie la Gucci Osteria di Firenze, sempre sotto la guida di Bottura, una scelta – dice – dettata dal bisogno di disciplina e apprendimento. L’esperienza durerà quasi quattro anni, anni fondamentali, in cui – come ammette lui stesso – impara tutto ciò che oggi gli appartiene: diventa infatti responsabile eventi, viaggia in tutto il mondo e lavora al fianco di chef del calibro di Massimo Bottura e Virgilio Martinez; quest’ultimo, un paio di anni dopo, rappresenterà una svolta decisiva nel suo percorso.

Nel 2024 un sogno nel cassetto non prende forma. Matteo lascia Gucci Osteria con l’idea di aprire un ristorante a Roma insieme a un caro amico, ma a pochi giorni dall’apertura il progetto crolla. Poi, una chiamata cambia il corso degli eventi: Virgilio Martinez è a Roma per un evento. Matteo gli scrive, quasi senza speranza, chiedendogli se avesse bisogno di aiuto: “pensavo che non mi avrebbe mai risposto, era ovvio che non avesse bisogno di aiuto”, racconta. Invece, pochi giorni dopo, il telefono squilla; è lui: “è stata una situazione paradossale; mi dice, vieni qui, questo giorno, a quest’ora. L’evento era dopo cinque giorni ed è chiaro che io di cucina peruviana non ne sapevo un bel niente, inutile dire che in quei giorni non ho fatto altro che studiare senza sosta il menù. Arrivato sul posto, mi ha lasciato ai fornelli senza dirmi niente, io ero scioccato. A fine serata invece mi sono ritrovato un contratto da firmare, con la proposta di partire per il Perù dopo 15 giorni, non ho avuto neanche il tempo di metabolizzare. Mi sono ritrovato ad essere l’unico Chef italiano al Central in Perù, numero 1 al mondo nella “The World’s 50 Best Restaurants”; se penso poi che tutto è iniziato dal tempo passato ai fornelli con mia nonna in adolescenza, mi viene ancora più da sorridere. Forse è proprio questo il senso di tutto:la semplicità di lottare per le proprie ambizioni”.




