La fotografia come scelta di presenza
La fotografia non come semplice documento del reale, ma come gesto consapevole, relazione costruita nel tempo e responsabilità verso l’altro.
In questa intervista, Giovanni Iovacchini, fotografo e artista europeo, approfondisce il senso del suo lavoro, sviluppato all’incrocio tra ricerca artistica e impegno sociale di lungo periodo, anche attraverso collaborazioni continuative con ONLUS attive in Africa.

Il suo lavoro viene spesso definito come una fotografia di presenza. Che cosa significa, concretamente, “abitare” un luogo attraverso lo sguardo?
«Per me fotografare significa prima di tutto esserci. Non arrivo in un luogo con l’idea di “prendere” un’immagine, ma con la volontà di comprendere il contesto e le relazioni che lo attraversano. Abitare un luogo vuol dire condividere tempo, accettare l’attesa, lasciare che le persone si raccontino anche attraverso i silenzi. Lo sguardo fotografico nasce da questa disponibilità. Se manca la relazione, l’immagine rischia di essere superficiale. Io cerco invece una fotografia che sia il risultato di un incontro reale, non di un passaggio rapido.»
Lontano dalla retorica umanitaria
Una delle caratteristiche più evidenti del suo percorso è la distanza dai codici tradizionali della fotografia umanitaria, spesso costruita su immagini ad alto impatto emotivo.
Lei prende le distanze dalla spettacolarizzazione del dolore. È una scelta etica o anche estetica?
«È entrambe le cose. L’estetica non è mai neutra: ogni scelta formale implica una posizione. Ho sempre sentito il bisogno di evitare immagini che riducano le persone a simboli del disagio o della sofferenza. Non mi interessa suscitare una reazione immediata, quasi istintiva. Preferisco lavorare sulla complessità.

Le persone che fotografo non sono icone, ma individui con una storia, una dignità, una pluralità di dimensioni. Mostrare solo la fragilità significherebbe tradire quella complessità. Il mio intento è restituire la normalità dei gesti quotidiani, le micro-narrazioni che costruiscono la vita di una comunità.»
Identità, responsabilità ed etica dello sguardo
Nel percorso di Giovanni Iovacchini ricorrono con forza i temi dell’identità e della responsabilità del fotografo. La macchina fotografica diventa uno strumento di relazione, non di appropriazione.
Qual è, secondo lei, la responsabilità di chi fotografa oggi, in un contesto visivo saturo e accelerato?
«Viviamo in una società in cui le immagini sono ovunque e scorrono con grande velocità. Questo rende ancora più urgente interrogarsi sull’etica dello sguardo. Ogni fotografia è una presa di posizione, anche quando sembra neutra.

Chi fotografa decide cosa includere e cosa escludere, quale distanza mantenere, quale tempo dedicare. Per me la responsabilità consiste nel non invadere, nel non manipolare il contesto per ottenere un effetto più forte. La macchina fotografica deve restare uno strumento di ascolto. L’immagine nasce quando c’è rispetto reciproco, quando il soggetto non si sente oggetto.»
Il lavoro in Africa come parte integrante della ricerca
Il lavoro svolto in Africa insieme alle ONLUS non rappresenta un capitolo separato, ma una componente strutturale della sua ricerca artistica. Un’esperienza che ha inciso sulle scelte formali e concettuali.
In che modo l’esperienza africana ha trasformato il suo linguaggio fotografico?
«Mi ha insegnato a rallentare ulteriormente. In quei contesti ho compreso che la fotografia non può essere un gesto frettoloso. Ho ripensato l’uso della luce, la costruzione del ritratto, la mia posizione fisica nello spazio. Ho cercato di ridurre la distanza tra me e le persone fotografate, non in senso invasivo, ma relazionale. Lavorare per anni con le stesse realtà mi ha permesso di sviluppare una continuità che considero fondamentale. Non si tratta di reportage episodici, ma di percorsi condivisi. Questo cambia completamente la qualità dello sguardo.»
Una fotografia che chiede consapevolezza
La ricerca di Giovanni Iovacchini si è tradotta anche in progetti espositivi e narrazioni visive che interrogano il concetto di presenza e distanza. Le sue immagini non cercano empatia immediata, ma un coinvolgimento più profondo.
Che cosa desidera che lo spettatore provi davanti alle sue fotografie?
«Non cerco una reazione immediata. Mi interessa piuttosto creare uno spazio di riflessione. Vorrei che chi guarda si interrogasse sul proprio modo di vedere, sul tempo che dedica all’immagine. In un mondo visivo accelerato, la fotografia può ancora essere un luogo di pausa. Se riesco a generare consapevolezza, anche solo per qualche istante, allora l’immagine ha compiuto il suo percorso.»




