L’Italia intera piange e si stringe nel dolore per la morte di Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo che questa mattina, sabato 21 febbraio 2026, è morto nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Monaldi di Napoli, alle 9.20. Cinquantotto giorni di battaglie silenziose, di speranze tenute in vita a fatica, di preghiere sussurrate nei corridoi di un ospedale che ora porta sulle proprie spalle il peso di una vicenda destinata a segnare la storia della sanità italiana.
Domenico non ce l’ha fatta. Un bambino che avrebbe dovuto ricevere un cuore nuovo e una nuova vita, ma che si è ritrovato invece al centro di un’incredibile catena di errori — errori umani, procedurali, forse sistemici — che lo hanno condotto, inesorabilmente, alla morte.
Tutto ha inizio il 22 dicembre 2025, quando la famiglia di Domenico riceve la notizia tanto attesa: è disponibile un cuore compatibile per il loro piccolo. L’organo arriva da Bolzano, trasportato da un’équipe medica napoletana che, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, sarebbe partita senza il box omologato necessario per mantenere una temperatura controllata durante il trasferimento. A Bolzano, il contenitore sarebbe stato riempito con ghiaccio secco anziché ghiaccio naturale, causando danni gravissimi e irreversibili al tessuto cardiaco. «Era un blocco di ghiaccio», diranno i testimoni al vaglio della magistratura.
Il 23 dicembre, il cuore viene comunque impiantato nel piccolo Domenico. Non per superficialità o indifferenza, spiegheranno i medici, ma perché a quel punto non esisteva più alcuna possibilità di tornare indietro: l’organo del bambino era già stato rimosso. Una tragica corsa contro il tempo, in condizioni di estrema urgenza, con un cuore compromesso come unica alternativa alla morte immediata.
Cinquantotto giorni di attesa e dolore
Da quel giorno, il piccolo Domenico non si è più risvegliato dal coma farmacologico indotto dopo l’intervento. A peggiorare ulteriormente il quadro clinico è sopraggiunta una grave emorragia cerebrale, con danni neurologici profondi e irreversibili. Per oltre cinquanta giorni, una macchina — il dispositivo ECMO, che supplisce artificialmente alle funzioni di cuore e polmoni — ha fatto le veci del suo piccolo cuore.
Nei giorni scorsi, un pool di esperti provenienti dai principali centri d’eccellenza italiani, riuniti in consulto al Monaldi, aveva espresso parere negativo sulla possibilità di procedere a un secondo trapianto. Le condizioni generali del bambino, con reni e fegato gravemente compromessi, rendevano qualsiasi ulteriore intervento chirurgico impraticabile. La speranza si era spenta definitivamente.
Preso atto dell’irreversibilità della situazione, la famiglia — rappresentata dall’avvocato Francesco Petruzzi — aveva attivato la Pianificazione Condivisa delle Cure (PCC), lo strumento giuridico introdotto dalla legge del 2017 volto a evitare il cosiddetto accanimento terapeutico, spostando l’obiettivo delle cure dall’impossibile guarigione all’alleviamento delle sofferenze.
Le ultime ore: lacrime, preghiere e un addio straziante
Nelle prime ore di questa mattina, intorno alle 4.00, i medici hanno contattato Patrizia Mercolino, madre di Domenico, per avvisarla che l’ECMO stava rallentando e che le condizioni del bambino stavano precipitando. Patrizia è accorsa immediatamente, come aveva fatto ogni giorno in questi due mesi di calvario. Con lei, il marito Antonio.
Padre Alfredo Tortorella, cappellano dell’ospedale Monaldi, era già al capezzale del piccolo dalle 7.45. Nelle ore precedenti aveva avvisato il Cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, il quale ha rimandato ogni altro impegno per raggiungere il Monaldi nel più breve tempo possibile. In meno di mezz’ora dalla telefonata, il porporato era già accanto al bambino, al quale ha amministrato l’estrema unzione. Erano presenti anche i padrini di battesimo di Domenico.
«È morto tra le lacrime dei genitori, dei padrini e dei medici che gli erano accanto», ha raccontato padre Tortorella con voce commossa. «È stato un momento molto duro». Poco dopo le 9.20, la macchina si è spenta, e con lei si è spento anche Domenico. «Se n’è andato, è finito», ha detto tra le lacrime Patrizia Mercolino uscendo dal Monaldi.
Le indagini e i sei medici indagati
La morte del piccolo Domenico non chiude il capitolo giudiziario: lo aggrava. I Carabinieri del NAS di Napoli, coordinati dal comandante Alessandro Cisternino, sono intervenuti presso il Monaldi per avviare le procedure investigative previste. La Procura di Napoli, guidata dal PM Giuseppe Tittaferrante, ha disposto il sequestro della salma e dell’organo cardiaco per gli accertamenti tecnici irripetibili. I funerali potrebbero svolgersi tra giovedì e venerdì.
L’ipotesi di reato a carico dei sei medici e infermieri indagati passa ora da lesioni colpose a omicidio colposo. Non si esclude inoltre che nel registro degli indagati possano presto comparire anche i sanitari di Bolzano, coinvolti nella fase di preparazione e trasporto dell’organo. Parallelamente all’indagine della Procura, sono in corso una doppia inchiesta interna — una del servizio ispettivo della Regione Campania e una del Ministero della Salute.
Il chirurgo che ha operato Domenico, il dottor Guido Oppido, è difeso dagli avvocati Alfredo Sorge e Vittorio Manes, i quali hanno sottolineato come il loro assistito abbia operato «lottando contro il tempo e contro i minuti», in una situazione clinica di emergenza assoluta, e abbiano ribadito la loro convinzione che egli «abbia fatto tutto ciò che era professionalmente doveroso».




