Erano piegati in quattro, come si fa con i foglietti che si infilano in tasca prima di un appuntamento importante. E quell’appuntamento, per Benito Mussolini, non era uno qualunque: il 22 aprile 1944, nel lussuoso castello di Klessheim, nei pressi di Salisburgo, il Capo del Governo della Repubblica Sociale Italiana si sedeva di fronte ad Adolf Hitler per discutere di guerra, di forze armate, di politica e di economia. Appunti, probabilmente, tenuti stretti durante tutta la conferenza.

Quegli stessi fogli — cinque, manoscritti, con la grafia inconfondibile del Duce e il monogramma “M” tracciato in calce all’ultimo — erano finiti, ottant’anni dopo, sul tavolo di una casa d’aste torinese, in vendita da un privato cittadino. Destinazione ignota. Forse un collezionista. Forse l’estero.
Non è andata così. Il 23 febbraio 2026, nel corso di una cerimonia ufficiale nella sede dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, il Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Torino – giunti a Roma con una delegazione guidata dal Ten. Col. Dott. Giuseppe Marseglia, Comandante – ha restituito quei cinque fogli allo Stato italiano, che ne è il legittimo proprietario, direttamente nelle mani del direttore generale della Direzione Generale Archivi del Ministero della Cultura dott. Antonio Tarasco.
Aprile 1944: l’ultimo incontro tra due dittatori in declino
Per comprendere il peso storico di quei fogli, vale la pena tornare a quel grigio aprile di ottantadue anni fa. Il castello di Klessheim, residenza di rappresentanza del regime nazista, aveva già ospitato in precedenza i vertici tra i due dittatori. Ma nel 1944 il contesto era drammaticamente mutato: lo sbarco alleato in Sicilia dell’estate precedente aveva cambiato le sorti della guerra in Italia, Mussolini era stato deposto e arrestato nel luglio 1943, liberato dai tedeschi con il blitz sul Gran Sasso nel settembre dello stesso anno e poi insediato come capo della RSI — uno Stato fantoccio sotto tutela nazista, con capitale a Salò, sul lago di Garda.
L’incontro del 22 aprile 1944 a Salisburgo era dunque un colloquio tra un alleato sempre più debole e un padrone sempre più esigente. Gli appunti ritrovati, suddivisi in tre grandi aree tematiche — “Forze armate”, “Politica” ed “Economia e lavoro” — rispecchiano esattamente i temi che storici e studiosi hanno documentato come centrali in quell’incontro: il contributo bellico italiano, le tensioni politiche interne alla RSI, le condizioni economiche di un paese devastato dall’occupazione e dai bombardamenti.
Fogli privi di data, ma densi di contenuto. Fogli che parlano, a chi sa leggerli.
Come è avvenuto il recupero: il fiuto del mercato antiquario
L’operazione che ha portato al sequestro e alla successiva restituzione dei manoscritti nasce da un lavoro di monitoraggio costante del mercato antiquario, attività quotidiana e silenziosa che il Nucleo TPC di Torino svolge in sinergia con la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica per il Piemonte e la Valle d’Aosta. È stata proprio la Soprintendenza a segnalare la presenza dei fogli, offerti all’asta da un privato che contestualmente aveva richiesto il rilascio di un Attestato di Libera Circolazione — ovvero l’autorizzazione necessaria per vendere e soprattutto per esportare beni culturali all’estero — all’Ufficio Esportazione della Soprintendenza di Torino.

Una richiesta che ha immediatamente acceso un campanello d’allarme. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Torino, hanno portato all’immediato sequestro dei documenti. I primi accertamenti hanno confermato che la grafia sui fogli era compatibile con quella di Mussolini, così come il monogramma utilizzato dallo stesso.

La conferma definitiva è arrivata dai laboratori dei Carabinieri RIS di Parma, che hanno confrontato il materiale con altri documenti attribuiti con certezza alla mano del Duce, riscontrando numerose analogie del tratto. L’autenticità è fuori discussione. E anche la provenienza è chiara: i fogli appartengono quasi certamente all’archivio personale di Mussolini e agli archivi della RSI, dispersi nel caotico epilogo bellico dell’aprile 1945, quando il regime crollò e con esso una quantità enorme di documentazione storica finita in mani private.
Il lavoro dei Carabinieri TPC: una missione silenziosa e preziosa
C’è un esercito silenzioso che ogni giorno combatte per preservare la memoria storica dell’Italia. Si chiama Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, e il caso dei manoscritti di Mussolini è solo uno degli esempi più recenti — e più eclatanti — del suo lavoro.
Fondato nel 1969, il TPC è il reparto specializzato dell’Arma dei Carabinieri deputato alla protezione del patrimonio artistico, archivistico e culturale italiano. Opera attraverso nuclei territoriali distribuiti in tutta la penisola, monitorando aste, fiere antiquarie, vendite online e segnalazioni di privati cittadini. Gestisce la Banca Dati dei Beni Culturali Illecitamente Sottratti, la più grande al mondo nel suo genere, con oltre 1,3 milioni di oggetti catalogati.
In questo caso specifico, il Nucleo TPC di Torino ha operato in stretto coordinamento con la magistratura e con le soprintendenze competenti, dimostrando come la tutela del patrimonio non sia un’attività burocratica ma un vero e proprio lavoro investigativo, con tecniche e strumenti all’avanguardia. La piegatura caratteristica dei fogli in quattro, rilevata dagli esperti, è stata essa stessa un elemento di riscontro: quella piegatura tradisce la funzione degli appunti, conservati in tasca durante una riunione di altissimo livello diplomatico e militare.
D’Annunzio, un’altra storia restituita al patrimonio collettivo
La cerimonia del 23 febbraio 2026 non si è chiusa con i soli manoscritti del Duce. Nella stessa occasione, il Nucleo TPC di Firenze — coordinato dalla Procura fiorentina — ha proceduto alla restituzione di documenti autografi appartenuti a Gabriele D’Annunzio, il Vate della Letteratura italiana e protagonista della stagione politica tra le due guerre.

Tra i pezzi recuperati spiccano una minuta di telegramma scritta di pugno da Mussolini e indirizzata a D’Annunzio, una bozza manoscritta del discorso pronunciato davanti al Re e alle autorità in occasione dell’inaugurazione della statua del Bersagliere nel 1932, e una minuta del dattiloscritto del “Viatico a S.A.R. Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, Governatore Generale dell’Africa Orientale Italiana e viceré d’Etiopia“. Documenti di straordinaria rilevanza storica, individuati grazie alla segnalazione di un privato cittadino che, avendo notato i beni in vendita presso una casa d’aste, aveva prontamente allertato il nucleo specializzato dell’Arma.
Lo Stato riprende ciò che è suo
La cerimonia di restituzione ha visto la partecipazione del Direttore Generale Archivi del Ministero della Cultura, presso la cui sede i documenti saranno custoditi, studiati e valorizzati, e della Soprintendente Archivistica e Bibliografica per il Piemonte e la Valle d’Aosta.





Perché questi beni appartengono allo Stato non è una questione formale. La redazione manoscritta da parte del Capo del Governo nell’esercizio delle proprie funzioni — riguardante affari di Stato, civili e militari, nonché le relazioni con un governo straniero — determina, per legge, che l’intera documentazione sia considerata patrimonio storico indisponibile della Repubblica italiana. Non può essere venduta. Non può essere esportata. Non può essere appropriata da privati.
Quei cinque fogli piegati in quattro, viaggiati in tasca fino a Salisburgo e sopravvissuti all’apocalisse del 1945, sono tornati dove devono stare: nell’archivio della memoria collettiva di un paese.




