Una sera d’estate, una festa di compleanno, un agriturismo nella campagna ciociara e un video che in poche ore aveva fatto il giro dei social, scatenando indignazione a livello nazionale. Quella storia che nell’agosto del 2023 aveva inorridito migliaia di utenti della rete si chiude oggi con un provvedimento del Tribunale di Frosinone: il Giudice per le indagini preliminari, dottoressa Ida Logoluso, ha disposto l’archiviazione nei confronti di sei giovani indagati per i reati di uccisione di animale e istigazione a delinquere, rispettivamente previsti dagli articoli 544 bis e 414 del codice penale.
I fatti risalgono alla notte tra il 27 e il 28 agosto 2023, quando nell’agriturismo “Sant’Isidoro”, situato ad Anagni in via Campanelle, si stava celebrando una festa privata. Nel corso della serata, alcuni giovani avevano fatto irruzione in un’area attigua alla struttura, dove si trovava una capretta di proprietà del gestore. Le immagini di quanto accaduto — una scena di violenza gratuita sull’animale, filmata e poi caricata su Instagram e TikTok — erano diventate virali nel giro di poche ore, suscitando un’ondata di sdegno che aveva spinto numerose associazioni a protezione degli animali a costituirsi parte offesa nel procedimento penale.
La denuncia-querela era stata presentata già il 29 agosto 2023 dal proprietario dell’agriturismo, il quale riferiva di non aver più trovato la capretta nel recinto e di non essere riuscito a rintracciarne la carcassa. L’ultimo avvistamento certo dell’animale in vita risaliva alla mattina stessa, attorno alle 9:30. Da quel momento fino alla sera, nessuno aveva più visto l’animale.
Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Frosinone, avevano permesso di identificare rapidamente i protagonisti dei video grazie alle testimonianze raccolte e alla collaborazione di alcuni partecipanti alla festa. I telefoni cellulari degli indagati erano stati sottoposti a sequestro nell’ottobre 2023, e su di essi era stata successivamente eseguita una perizia tecnica da parte di un consulente nominato dall’autorità giudiziaria.
Tuttavia, proprio su questo punto si giocava la partita processuale più delicata: stabilire se la capretta fosse ancora in vita nel momento in cui veniva presa a calci. Una questione tecnica, ma decisiva. La norma penale sull’uccisione di animale — l’articolo 544 bis del codice penale — richiede infatti che l’animale sia vivo al momento della condotta. In assenza di tale presupposto, il reato non può dirsi integrato.
Il Pubblico Ministero aveva presentato una prima richiesta di archiviazione nell’aprile 2024, ritenendo impossibile provare con certezza la vitalità dell’animale. Le associazioni animaliste si erano opposte con forza, chiedendo ulteriori accertamenti. Il giudice aveva accolto parzialmente quelle istanze, disponendo nel febbraio 2025 lo svolgimento di nuove indagini: l’analisi ragionata dei contenuti dei telefoni sequestrati e l’assunzione di informazioni da parte del personale in servizio quella sera all’agriturismo.
Gli approfondimenti, tuttavia, non hanno prodotto elementi risolutivi. Il consulente tecnico, esaminando i video rinvenuti nei dispositivi degli indagati, ha concluso che nelle brevi sequenze filmate non è possibile individuare momenti in cui l’animale sembri vivo: l’assenza di movimenti, il gonfiore e la rigidità corporea, l’assenza di qualsiasi gemito deponevano — pur senza certezza assoluta — per una morte già avvenuta prima delle condotte incriminate. Del pari, dalle conversazioni WhatsApp esaminate emergevano ripetute affermazioni degli stessi indagati secondo cui la capretta era già morta quando l’avevano trovata.
Le opposizioni delle associazioni animaliste, presentate anche contro la seconda richiesta di archiviazione avanzata dal PM nel settembre 2025, sostenevano che l’incertezza dovesse essere risolta a favore dell’accusa, rilevando che, se l’animale fosse deceduto poco prima della festa, qualcuno della struttura se ne sarebbe accorto. Il giudice, tuttavia, ha ritenuto tale argomentazione basata su presupposti ipotetici non suffragati da prove concrete.
Nel provvedimento firmato il 3 marzo 2026, il giudice ha accolto definitivamente la richiesta di archiviazione, sottolineando come tutte le indagini ragionevolmente possibili siano state compiute e come non vi siano ulteriori piste investigative percorribili. In assenza di prova della vitalità dell’animale, non è configurabile il reato di uccisione, né di conseguenza quello di istigazione a delinquere, che presuppone la commissione di un fatto penalmente rilevante.
La vicenda si chiude così sul piano penale, lasciando tuttavia aperti interrogativi di natura morale e sociale. Le immagini di quei ragazzi che si accanivano sull’animale — vivo o già morto che fosse — avevano mostrato un lato della gioventù che difficilmente si cancella dalla memoria collettiva. L’archiviazione non cancella la riprovevolezza delle condotte, come la stessa ordinanza non manca di sottolineare: ma il diritto penale, per come è costruito, richiede prove. E in questo caso, le prove non erano sufficienti.




