Ci sono gesti che attraversano il tempo e arrivano a destinazione con decenni di ritardo, eppure conservano intatta tutta la loro forza. È quello che è accaduto nei giorni scorsi, quando una cartolina scritta da un internato militare originario di Anagni ha raggiunto per posta suo figlio, residente a Roma: a 82 anni dalla spedizione originale.
Dietro questo momento — così privato nella sua sostanza, così collettivo nel suo significato — c’è il lavoro instancabile del progetto “La posta torna a casa”, promosso nell’ambito della Banca Dati Internati Militari Italiani (consultabile all’indirizzo bancadatiinternatimilitariitaliani.it) e attivo anche su Facebook con la pagina dedicata “Imi, la posta torna a casa”.
Chi erano gli Internati Militari Italiani
Per comprendere il valore di questa restituzione, è necessario ricordare chi fossero gli IMI. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, circa 650.000 soldati italiani vennero catturati dalle forze tedesche e deportati nei lager del Terzo Reich. Molti rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di continuare a combattere al fianco della Germania nazista: una scelta di resistenza silenziosa, pagata con la prigionia, la fame, i lavori forzati e, per molti, la morte. Questi uomini — quasi tutti di estrazione contadina o operaia — lasciarono nelle lettere e nelle cartoline censurate dagli aguzzini l’unica traccia tangibile della propria sopravvivenza quotidiana.
Un progetto di memoria attiva
“La posta torna a casa” non è un archivio passivo, ma un’iniziativa che trasforma il documento storico in un atto concreto di cura verso le famiglie. L’obiettivo è rintracciare i discendenti degli internati e recapitare loro fisicamente la corrispondenza inviata dai lager, restituendo così un frammento di storia familiare che molti non sapevano nemmeno di aver perso.
Il caso di Anagni è emblematico: il figlio di quell’internato — che oggi vive a Roma — ha ricevuto per posta ordinaria una cartolina scritta da suo padre decenni fa, in circostanze di dolore e incertezza, chissà con quali speranze di essere letto. Ottantadue anni dopo, quella speranza è stata onorata.
L’uomo dietro il progetto
A coordinare questa opera di memoria è il signor Pasquale Alessandro Campo, responsabile del progetto e da sempre in prima linea nella raccolta, catalogazione e restituzione di questo patrimonio epistolare. Il suo lavoro unisce rigore documentario e sensibilità umana: da un lato la paziente costruzione della banca dati, dall’altro il contatto diretto con le famiglie, spesso anziane o non più a conoscenza di questa parte della propria storia.
Perché conta, oggi
In un’epoca in cui la memoria della Seconda Guerra Mondiale si fa sempre più lontana — i testimoni diretti scompaiono, i documenti si disperdono — iniziative come questa assumono un valore che va ben oltre l’antiquariato sentimentale. Riconsegnare una cartolina significa dire a una famiglia: tuo padre era qui, ha resistito, ha pensato a te. Significa anche ricollocare nella storia collettiva una categoria di vittime — gli IMI — a lungo trascurata rispetto ad altre narrazioni della guerra.
I dettagli del caso di Anagni, con ulteriori informazioni sul progetto, sono disponibili sulla pagina Facebook “Imi, la posta torna a casa”. Per chi volesse consultare la banca dati o contribuire alle ricerche, il portale di riferimento è bancadatiinternatimilitariitaliani.it.




