Il 22 e 23 marzo 2026 l’Italia è tornata a confrontarsi con una delle questioni più dibattute degli ultimi anni: la riforma costituzionale della magistratura, oggetto di un referendum confermativo che non prevedeva quorum. Quando le urne si sono chiuse nel pomeriggio di lunedì e le prime rilevazioni hanno cominciato a scorrere sugli schermi televisivi, il responso degli elettori è apparso subito inequivocabile: il No ha prevalso con una solidità che ha sorpreso persino i pronostici più pessimisti del fronte governativo.
I dati ufficiali pubblicati sul portale Eligendo del Viminale hanno mostrato fin dalle prime sezioni scrutinate un vantaggio netto per i contrari alla riforma, con il No stabilmente attestato intorno al 54-55% dei consensi e il Sì fermo poco sopra il 45%. Man mano che lo spoglio avanzava, il divario tra i due fronti non faceva che consolidarsi, trasformandosi progressivamente da tendenza in verdetto definitivo.
L’affluenza ha rappresentato uno dei dati più significativi dell’intera tornata: quasi il 59% degli aventi diritto si è recato ai seggi, una percentuale da primato assoluto per un referendum costituzionale svoltosi su due giornate di voto. Già al termine della prima giornata, domenica 22 marzo, ben il 46,07% degli oltre cinquantuno milioni di elettori aveva già espresso la propria preferenza — un segnale, quello dell’alta partecipazione, che molti analisti avevano indicato nei giorni precedenti come potenzialmente favorevole al fronte del No.
Per comprendere la posta in gioco occorre ripercorrere brevemente i contenuti della riforma costituzionale approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025 con la legge n. 253. Il testo interveniva su sette articoli della Costituzione e introduceva tre pilastri fondamentali: la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, la nascita di due distinti Consigli Superiori della Magistratura — uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri — e l’istituzione di una nuova Alta Corte Disciplinare con competenze in materia di illeciti dei magistrati. Contestualmente, la riforma introduceva anche un meccanismo di sorteggio per la selezione dei componenti dei due nuovi CSM, abbandonando il sistema elettivo attualmente vigente.
Il centrodestra al governo si era schierato compatto a sostegno del Sì, affiancato da Azione. Le opposizioni si erano invece mobilitate per il No, con PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra in prima fila, mentre Italia Viva aveva scelto di lasciare libertà di voto ai propri elettori.
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha esultato con un laconico e trionfante “ce l’abbiamo fatta, viva la Costituzione“, mentre Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi e Sinistra ha commentato l’esito come un segnale di cambiamento, sostenendo che “da qui in avanti cambia il vento”. Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, parlando dal Comitato Società Civile per il No riunito al Centro Congressi Frentani di Roma, ha sottolineato con soddisfazione “la grandissima partecipazione al voto” e “la difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”, annunciando una festa di celebrazione in piazza Barberini.
Dal versante opposto, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha riconosciuto l’esito con sportività, osservando che “quando gli italiani si esprimono, il risultato si accetta”, pur non nascondendo che si aspettava un risultato diverso. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Paolo Barelli, ha parlato di un risultato “ormai consolidato”, assicurando che il governo avrebbe proseguito nella propria azione di governo.
Nell’arena parlamentare, la Lega ha scelto invece il silenzio, almeno in un primo momento: i parlamentari del partito sono stati invitati ad attendere che fosse il leader Matteo Salvini, in trasferta a Budapest, a dettare la linea ufficiale.
Non è mancato un momento di colore a margine dello spoglio: nella sede milanese dell’Associazione Nazionale Magistrati, al primo piano del Palazzo di Giustizia, decine di toghe si erano riunite per seguire in diretta le proiezioni, e ai primi exit poll favorevoli al No erano scattati applausi spontanei, tra chi si lasciava andare all’entusiasmo e chi invitava alla prudenza. Nel frattempo, il presidente dell’ANM, Cesare Parodi, aveva rassegnato le proprie dimissioni per “motivi personali” — una scelta comunicata ai colleghi prima ancora della diffusione delle proiezioni, con l’esplicita intenzione di escludere qualsiasi collegamento con l’esito del voto.
Con la vittoria del No, la riforma viene definitivamente accantonata: per riproporla sarà necessario riavviare l’intero iter parlamentare da capo. L’ex premier Matteo Renzi ha colto l’occasione per rivolgere un messaggio diretto all’opposizione, invitandola ad andare rapidamente alle primarie e sostenendo che il centrosinistra sia ora “in condizione di vincere le elezioni politiche”.
Al di là delle polemiche e delle dichiarazioni a caldo, resta il fatto che questo referendum sulla Giustizia 2026 ha rappresentato qualcosa di più di un semplice pronunciamento su norme tecniche. Ha costretto il Paese a interrogarsi sul rapporto tra politica e magistratura, sull’indipendenza della giustizia e sull’architettura stessa dello Stato di diritto. E gli italiani, con una partecipazione che ha sorpreso tutti, hanno scelto di far sentire la propria voce.




