Sabato 28 marzo la piazza Cavour di Anagni – il Parco della Rimembranza – si è trasformata in un’agorà civica. L’assemblea pubblica convocata dal movimento LiberAnagni ha riunito decine di cittadini, attivisti, professionisti e rappresentanti di associazioni locali in un confronto diretto e aperto su uno dei temi più divisivi degli ultimi anni: il progetto di biodigestore previsto sul territorio comunale. Nessun elenco di relatori a senso unico, nessuna passerella istituzionale: il microfono è stato aperto al pubblico, e dal pubblico sono arrivate le voci più significative della serata.
Ad aprire i lavori è stato Luca Santovincenzo di LiberAnagni, che ha subito denunciato quello che ha definito «un clima di ostruzionismo» nei giorni precedenti l’evento. Con tono deciso, ha ribadito che la Costituzione italiana garantisce ancora il diritto di parola e di riunione, prima di affrontare il nodo politico centrale della serata: la decisione del sindaco di rinunciare al ricorso al TAR senza passare per un voto del Consiglio Comunale. Una scelta che, a suo avviso, ha tradito centinaia di firme raccolte tra i cittadini. I capisaldi della sua posizione rimangono «non trattabili»: no assoluto ai biodigestori e richiesta di un nuovo ospedale comprensoriale per un bacino di 100.000 utenti.

Il tema della battaglia istituzionale ha trovato eco nell’intervento di Orlando Di Salvo di Crescita Comune, che ha ricordato come la mobilitazione contro l’impianto abbia radici nel 2021, quando una petizione raccolse migliaia di adesioni. «Solo restando compatti possiamo garantire un futuro dignitoso ai ragazzi di questo territorio», ha detto, lanciando un appello all’unità che ha attraversato tutta la serata.
Particolarmente atteso era l’intervento di Tonino Cellini, primo firmatario del ricorso dei cittadini, che ha scelto un’immagine provocatoria per descrivere il rapporto tra il Comune e la salute pubblica: «Il Comune di Anagni nuoce gravemente alla salute, come un pacchetto di sigarette». Ha poi evidenziato i rischi concreti legati alla posizione dell’impianto, a ridosso di stabilimenti chimici e dell’autostrada, ribadendo che importare rifiuti da tutta Italia non può essere il progetto di futuro per una città di così alto valore storico.

Sulla stessa lunghezza d’onda si è espressa Letizia Roccasecca, figura simbolica della lotta contro l’inquinamento industriale nella Valle del Sacco. In diciassette anni di denunce legate alla diossina, ha vissuto la tragedia in casa propria: ha perso la suocera, il cognato e il marito per patologie che i medici riconduco all’esposizione ambientale cronica. La sua testimonianza ha calato la platea in un silenzio carico di emozione, prima dell’appello: «Questa unità tra cittadini non deve disperdersi».
Sul piano tecnico e legale, l’avvocato Alessandro Mari ha chiarito che la sospensiva dell’impianto è merito esclusivo del ricorso portato avanti dai cittadini e dalle associazioni civiche, anche dopo il ritiro del Comune. Il progetto, ha spiegato, presenta «un numero abnorme di prescrizioni regionali» che lo rendono tecnicamente illegittimo. La battaglia proseguirà ora davanti al TAR di Latina.

Valerio Ponza ha invece smontato punto per punto la narrazione ufficiale sull’impianto, rivelando che SAF detiene solo il 20% delle quote societarie, mentre il resto è in mano ai privati. Non si tratta, insomma, di un impianto «comunale» come sostenuto da alcune parti. I numeri parlano chiaro: 84.000 tonnellate di capacità, destinate in larga parte all’importazione di rifiuti da fuori regione, con un traffico stimato di 60 TIR al giorno attraverso il territorio.
Dal pubblico è arrivata la voce di Emma Secco, che ha letto una relazione tecnica redatta dal padre sui rischi per la salute delle emissioni degli impianti di biodigestione: asma, bronchiti croniche, problemi cardiovascolari e potenziali incidenze oncologiche. «L’aria che respiriamo è la stessa per tutti, indipendentemente dalle idee politiche», ha concluso.
Molti altri interventi hanno tessuto insieme la dimensione personale e quella politica. Angela Manunza ha definito il silenzio del sindaco «la forma più vile di mancanza di rispetto». Francesca Fiorletta, residente a meno di due chilometri dal sito, ha chiesto perché Anagni debba continuare a pagare il prezzo più alto tra ospedali chiusi e rifiuti importati.
Alvaro Sugamosto, insegnante, ha posto il tema della coerenza politica come valore educativo: ha duramente criticato chi ha cavalcato lo slogan anti-biodigestore in campagna elettorale per poi dimenticarlo una volta eletto. Luca Ciocci ha portato le testimonianze dirette di Narni e Arezzo, dove impianti simili hanno generato miasmi «insopportabili» e rivolte popolari, invitando la comunità a «conoscere per poter intervenire». Emanuele Ricchetti ha allargato lo sguardo, mostrando come il biodigestore sia solo uno dei cinque progetti sistematici che rischiano di satura re il territorio anagnino. Beatrice Morelli, infine, ha chiesto rispetto per l’intelligenza dei cittadini, invitando tutti ad «aprire i cervelli» e a guardare al futuro dell’intera Valle.
L’assemblea si è chiusa con un appello collettivo all’unità e alla partecipazione attiva. Il messaggio della serata è stato univoco: la comunità di Anagni non accetta di essere trattata come una «zona sacrificabile», e intende difendere con ogni strumento disponibile – legale, politico e civico – il proprio diritto alla salute e a un modello di sviluppo compatibile con la storia e la natura del territorio.




