FROSINONE – Un incontro diretto, senza formalismi e con un forte impatto umano. Nella mattinata del Mercoledì Santo, l’arcivescovo Santo Marcianò ha fatto visita alla Casa circondariale di Frosinone, tornando in un luogo che conosce già e dove negli anni ha scelto di mantenere un contatto costante con la realtà detentiva del territorio.
Ad accoglierlo il direttore Francesco Cocco, insieme al personale del Ministero della Giustizia, agli agenti della Polizia Penitenziaria, agli educatori e ai volontari impegnati nella struttura, oltre al cappellano don Guido Mangiapelo. Prima della celebrazione, però, il momento più significativo si è consumato lontano dai riti: il vescovo ha voluto salutare personalmente i detenuti presenti, uno ad uno, chiedendo il nome, la provenienza e scambiando brevi parole. Un gesto semplice, ma non scontato, che ha contribuito a creare un clima di attenzione e partecipazione.
Successivamente si è svolta la celebrazione nella cappella dell’istituto, mentre alcuni detenuti hanno avuto la possibilità di confrontarsi in modo riservato con il cappellano e con don Santino Battaglia, segretario del vescovo.
Nel suo intervento, Marcianò ha affrontato un tema che va oltre la dimensione religiosa e tocca una questione sociale più ampia: il rischio di sentirsi definitivamente esclusi o “irrecuperabili”. Un passaggio che ha trovato attenzione tra i presenti, soprattutto in un contesto dove il tema della responsabilità personale si intreccia con quello della possibilità di ricostruire il proprio percorso.
Il presule ha richiamato più volte il concetto di dignità della persona, sottolineando come questa non venga meno neanche di fronte agli errori commessi. Un messaggio che, al di là del linguaggio religioso, si inserisce nel dibattito più ampio sul ruolo del sistema penitenziario, sempre più orientato non solo alla detenzione ma anche al recupero e al reinserimento sociale.
Particolarmente significativo anche il riferimento a episodi concreti emersi durante l’incontro, come quello di un detenuto che ha raccontato di sentirsi abbandonato dalla propria famiglia. Un elemento che evidenzia come, accanto alla dimensione giudiziaria, esista una fragilità umana spesso meno visibile ma altrettanto rilevante.
La visita si è conclusa con un saluto collettivo e con la consegna di piccoli segni simbolici ai detenuti. Ma al di là dei gesti, resta il valore di un’iniziativa che riporta l’attenzione su un tema spesso marginale nel dibattito pubblico: la condizione delle persone detenute e il loro rapporto con la società esterna.
Un momento che, pur inserito nel calendario religioso, assume quindi un significato più ampio, legato alla riflessione su responsabilità, inclusione e possibilità di cambiamento, temi centrali in ogni percorso di giustizia e convivenza civile.




