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    Home » La cimasa della fontana di Piazza Massimo D’Azeglio ad Anagni: cento anni di storia soffocati da muschio, incrostazioni e abbandono
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    La cimasa della fontana di Piazza Massimo D’Azeglio ad Anagni: cento anni di storia soffocati da muschio, incrostazioni e abbandono

    nata dall'estro del pittore Tarquinio Bignozzi e dalle mani degli studenti della Scuola d'Arte, parte dell'opera è oggi irriconoscibile: le tre conche simbolo del territorio sepolte sotto le incrostazioni, mentre i turisti continuano ad ammirarla perplessi
    6 Aprile 20264 Mins Read
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    Dietro ogni fontana c’è una storia. E quella che svetta al centro di Piazza Massimo D’Azeglio, nel cuore pulsante di Anagni, ne ha una davvero degna di essere raccontata. Peccato che oggi, a guardare la fontana, quella storia faccia fatica a emergere — nascosta com’è sotto uno spesso strato di muschio, calcare e anni di manutenzione insufficiente.

    la cimasa della fontana di Piazza Massimo D’Azeglio nel 2012
    la cimasa della fontana di piazza Massimo D’Azeglio oggi

    Eppure tutto era cominciato nel migliore dei modi. Il primo progetto per la sistemazione dell’area risale al 1904, firmato dall’ing. Luigi Sandulli. Ma fu soltanto nei primi anni del secondo decennio del Novecento che la fontana prese la forma che — almeno in parte — ancora oggi conserva: la realizzò un gruppo di giovani studenti della Scuola Professionale d’Arte di Anagni, istituto che aveva la propria sede nei pressi di Porta Cerere, sotto la guida artistica del prof. Tarquinio Bignozzi. Pittore e incisore di formazione romana — nato a Roma nel 1885 e scomparso nella stessa città nel 1967 all’età di ottantadue anni — Bignozzi insegnò nella scuola anagnina per quasi un decennio, tra il 1920 e il 1930 circa.

    La fontana che uscì da quell’esperienza collettiva aveva un’identità precisa e riconoscibile. Nella cimasa della struttura, tre conche concentriche si innalzavano una sull’altra, quasi a richiamare l’immagine di un calice aperto verso il cielo — un elemento che nel tempo sarebbe diventato uno dei simboli più immediati della città. Sulla vasca inferiore, poi, due sculture in cemento completavano il quadro con una nota di ironia gentile: una rana e una tartaruga, dettagli apparentemente minori ma capaci di conferire all’intera opera un carattere vivace, quasi fiabesco. Entrambe le figure, purtroppo, furono asportate nel corso degli anni da mani ignote e non sono mai più state ritrovate né ripristinate.

    piazza Massimo D’Azeglio, anni ’60

    Oggi di quella fontana resta la sagoma, la piazza, il fascino dell’ambientazione — dominata dall’imponente Palazzo Bacchetti, edificato nel 1820 e che chiude il lato settentrionale della piazza con la sua mole austera. Ma le tre conche sommitali, quell’elemento così caratteristico e simbolico, non sono più visibili a occhio nudo. Muschio e incrostazioni calcaree le hanno progressivamente inglobate, trasformando quella che dovrebbe essere una delle parti più riconoscibili del monumento in una massa indistinta di depositi e vegetazione spontanea.

    Il problema non è soltanto visivo. Le stesse incrostazioni compromettono il regolare flusso idrico all’interno della vasca, con effetti concreti sulla vita quotidiana della piazza: non è raro, nei momenti di maggiore portata, vedere l’acqua traboccare dalla fontana e scorrere lungo Corso Vittorio Emanuele.

    Gli interventi periodici di pulizia che vengono effettuati sulla struttura non riescono ad andare oltre una sistemazione di facciata. Nessun restauro organico, nessuna messa in sicurezza delle conche, nessun recupero degli elementi ornamentali perduti. Il risultato è quello che si vede: ogni pulizia sommaria rallenta temporaneamente il degrado, ma non lo arresta.

    E nel frattempo i turisti arrivano. Ogni fine settimana, Anagni accoglie visitatori provenienti da tutta Italia e dall’estero, attratti dalla sua fama di città che ha dato i natali a quattro pontefici della storia della Cristianità, dalla Cattedrale di Santa Maria con la sua cripta affrescata, dai vicoli medievali e dalle piazze silenziose. Molti di loro si fermano davanti alla fontana di Piazza D’Azeglio, la fotografano, la ammirano — ignari, nella maggior parte dei casi, che quello che stanno immortalando è un monumento mutilato, privato delle sue parti più significative. Le tre conche che ne costituiscono l’identità più profonda, e che raccontano l’intreccio tra arte, artigianato e storia locale, sono invisibili. Sepolte. Dimenticate.

    Anagni, piazza Massimo D’Azeglio; nevicata del 14 febbraio 1929. Per gentile concessione di Antonello Coletti Conti

    Una città che si propone come meta turistica di eccellenza non può permettersi di lasciare i propri simboli in questo stato. La fontana di Piazza D’Azeglio ha già aspettato abbastanza: nata dall’incontro tra la visione di un artista e le mani laboriose di giovani studenti, merita di essere restituita alla città nella sua forma originale — o almeno in qualcosa che le si avvicini. Non una pulizia. Un intervento urgente di pulizia approfondita.

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