Erano le 3:32 di una notte di inizio aprile quando la terra smise di stare ferma. Il 6 aprile 2009, una violenta scossa di magnitudo 6.3 — con epicentro nella zona compresa tra le frazioni di Roio Colle, Genzano di Sassa e Collefracido — interessò in misura variabile buona parte del territorio a cavallo tra l’Italia centrale e quella meridionale. Oggi, a diciassette anni esatti da quella notte, il Paese si ferma ancora una volta per onorare la memoria di chi non ce l’ha fatta.
Il bilancio finale fu devastante: 309 vittime, oltre 1.600 feriti e circa 80.000 sfollati, con danni stimati in oltre 10 miliardi di euro. Un conto terribile, scritto nel sangue, che ancora oggi pesa come un macigno sulla coscienza collettiva di un intero Paese.
L’Aquila non era sola in quella notte. La scossa fu avvertita su una vasta area comprendente tutto il Centro Italia, fino a Napoli, causando panico tra la popolazione e inducendola a riversarsi in strada. Il sisma fu percepito anche nel Viterbese e nelle città di Rieti, Latina, Tivoli, Guidonia Montecelio e Frosinone, e in altri comuni della Provincia di Frosinone e della zona del Cicolano, dove molti abitanti si riversarono nelle strade a seguito della forte scossa delle 3:32. In quei minuti convulsi, migliaia di persone — da Anagni a Sora, da Frosinone a Cassino — si svegliarono di soprassalto, con il cuore in gola e le mura di casa che vibravano nell’oscurità.
Ma la Provincia di Frosinone non pianse solo lo spavento. Pianse anche i propri figli. Tra le vittime del terremoto figuravano anche giovani studenti originari del territorio ciociaro: Marco Alviani, Armando Cristiani, Nicola Bianchi e Giulia Carnevale, tutti legati alla Provincia di Frosinone. Ragazzi che avevano scelto L’Aquila come città in cui costruire il proprio futuro accademico, e che in quella città trovarono invece la morte.
Marco Alviani studiava Psicologia, Armando Cristiani era iscritto alla facoltà di Fisica. Il Comune di Sora, per tenere viva la memoria dei due giovani concittadini, ha intitolato a loro la Sala Lettura della Biblioteca Comunale, frequentata a lungo anche da studenti aquilani che, dopo il sisma, avevano iniziato a usufruire della struttura sorana senza più abbandonarla.
Oggi, nel diciassettesimo anniversario del sisma, il Sindaco di Sora Luca Di Stefano ha voluto rendere omaggio ai due concittadini recandosi personalmente al Cimitero Comunale.

«I loro nomi — ha scritto il primo cittadino sulla propria pagina Facebook — appartengono profondamente alla nostra comunità, alla nostra memoria, alle nostre vite. In quella notte si è spezzato qualcosa anche qui, tra le nostre strade, tra le nostre famiglie. Ricordarli significa tenerli vivi nel cuore della comunità, custodire il loro ricordo e trasformarlo in impegno, in attenzione, in responsabilità verso il futuro. A Marco, ad Armando, e a tutte le vittime di quella tragedia, va il nostro pensiero più sincero e il nostro silenzioso abbraccio. La comunità si stringe oggi nel loro ricordo, perché nessuno venga dimenticato».
Parole semplici, cariche di un dolore che non si attenua con il passare degli anni. Perché certe perdite non diventano mai davvero “passato”: restano sempre, cocciutamente, nel presente di chi è rimasto.
A L’Aquila, nel frattempo, la città ha scelto un’altra volta il raccoglimento. Il Comune dell’Aquila ha proclamato il lutto cittadino per l’intera giornata del 6 aprile 2026, con ordinanza del Sindaco Pierluigi Biondi, prevedendo l’esposizione a mezz’asta delle bandiere sugli edifici pubblici e il divieto di manifestazioni a carattere ludico o ricreativo non coerenti con la ricorrenza. Palazzo Margherita è stato illuminato da una suggestiva luce azzurra, mentre il silenzio solenne avvolgeva l’area dell’Emiciclo in una commemorazione che quest’anno ha visto un cambiamento nella forma ma non nella sostanza del dolore collettivo.
La cerimonia ha preso avvio presso l’Emiciclo, dove i Solisti Aquilani hanno offerto una cornice di rara solennità eseguendo brani scelti dal repertorio di Haendel, Vivaldi e Bach. La musica, alternandosi ai momenti di silenzio assoluto, ha accompagnato la lettura dei nomi delle vittime, un rito che ogni anno rinnova il legame tra chi è rimasto e chi è scomparso sotto le macerie.
Particolarmente toccante è stato l’intervento di Vincenzo Vittorini, portavoce dei familiari delle vittime, che ha richiamato le parole dello scrittore José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Il suo discorso ha lanciato un appello vibrante ai più giovani, esortandoli a diventare le “sentinelle della memoria”, affinché la tragedia del 2009 non diventi un capitolo chiuso ma resti una lezione di responsabilità civile per l’intero Paese.

Anche il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, ha voluto partecipare idealmente alle commemorazioni con una riflessione personale e profonda. «Per chi ha vissuto in prima persona un dramma come il terremoto del 6 aprile 2009 a L’Aquila, l’eco di quell’evento non potrà mai affievolirsi» ha dichiarato il Governatore laziale. «Nelle ore immediatamente successive alla scossa delle 3:32, ho visto con i miei occhi i soccorsi mettersi in moto da tutto il Paese, in un’infaticabile opera di assistenza alla popolazione che sarebbe durata settimane. Non dimenticherò mai la lezione umana di quei giorni. Accanto al ricordo commosso di chi ha perso la vita, anche tra gli stessi soccorritori, serbo anche la consapevolezza di una straordinaria capacità di rialzarsi da parte delle comunità colpite, con le istituzioni a fare ciascuna la propria parte. La tragedia fu grande, ma la reazione ad essa ci insegnò che ci si può rialzare: sempre».
Diciassette anni. Un numero che porta con sé tutto il peso di un’assenza, ma anche la forza silenziosa di chi ha deciso di non arrendersi. L’Aquila oggi guarda avanti come Capitale italiana della Cultura 2026, trasformando il dolore in una testimonianza civile che unisce generazioni diverse sotto il segno della resilienza. E anche la provincia di Frosionne guarda a quel 6 aprile con gli occhi di chi sa cosa significa perdere qualcuno troppo presto, troppo lontano da casa.
Marco e Armando non torneranno. Ma i loro nomi, incisi nella memoria collettiva di Sora e dell’intera provincia, continuano a parlare — di gioventù interrotta, di sogni sepolti sotto le macerie, e di una comunità che ha scelto, nonostante tutto, di non dimenticare.




