Sette persone denunciate per vilipendio alle cariche dello Stato per aver affisso sui muri di Anagni un’opera d’arte. È quanto accaduto il 3 aprile 2026, quando i Carabinieri della Compagnia di Anagni, al termine di un’attività d’indagine, hanno notificato le denunce a sette attivisti dopo la querela depositata dal vicesindaco della città Riccardo Ambrosetti.
Al centro della vicenda c’è un’opera dell’artista napoletano Edoardo Castaldo, che da tempo utilizza il linguaggio visivo per fare critica politica. L’immagine accosta il volto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni a quello di una donna palestinese ferita, immortalata dal fotoreporter Ahmad Hasaballah. Ma il meccanismo concettuale dell’opera si innesca solo con un gesto fisico: lo strappo della carta.
Prima di strappare, si legge la scritta “Prima gli italiani”, slogan della coalizione di governo. Dopo lo strappo, la frase si trasforma in “Prima gli israeliani”. Un cortocircuito visivo e semantico che, nelle intenzioni dell’autore, intende denunciare la posizione italiana sul conflitto in corso a Gaza.

L’opera era già nota negli ambienti dell’arte e dell’attivismo politico. Ma quando alcune copie sono state ristampate e affisse per strada dai militanti anagnini, si è aperto un fascicolo. Il reato ipotizzato è quello di vilipendio alle cariche dello Stato, previsto dall’articolo 278 del codice penale, che punisce chiunque offenda l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica o dei titolari delle più alte istituzioni. Una norma che, nella sua formulazione, lascia ampi margini interpretativi — e che oggi si trova al centro di un dibattito che va ben oltre le mura di una città di provincia.
La domanda che questa vicenda pone è, in fondo, una delle più antiche del rapporto tra arte e potere: dove finisce il dissenso e dove inizia il reato? La satira politica ha una tradizione millenaria, e le democrazie liberali l’hanno quasi sempre tutelata come forma legittima di espressione. Eppure il confine tra critica lecita e offesa punibile non è mai stato tracciato con precisione chirurgica, né dalla legge né dai tribunali. Affiggere un manifesto in strada — atto da sempre connaturato alla protesta civile — può configurare un illecito penale? E un’opera d’arte, con il suo carico di metafore e ambiguità, può essere trattata alla stregua di un insulto diretto?
I sette denunciati non sono personaggi casuali nel panorama cittadino. Da tempo animano i comitati di lotta contro le politiche del governo israeliano.
Non è un caso – secondo alcuni – che le denunce arrivino a poche settimane dalla manifestazione pubblica prevista per il 19 aprile 2026 proprio ad Anagni, alla quale i comitati stanno chiamando a raccolta cittadini e realtà solidali da tutto il territorio. Una coincidenza di tempi che gli stessi interessati non mancano di sottolineare, leggendo nelle denunce anche una funzione deterrente nei confronti della mobilitazione in corso.


i post pubblicati da Eduardo Castaldo sul suo profilo Instagram
Edoardo Castaldo, dal canto suo, ha espresso piena solidarietà ai denunciati attraverso i propri canali social, rivendicando la natura artistica e politica dell’opera e definendo l’accaduto «un nuovo tassello dell’autoritarismo di Stato». Parole forti, che alimentano ulteriormente il dibattito. Perché se è vero che nessuno è al di sopra della legge, è altrettanto vero che una democrazia si misura anche — e forse soprattutto — dalla soglia di tolleranza che riserva al dissenso.
La vicenda è appena all’inizio. Le sette persone dovranno rispondere delle accuse davanti alla magistratura, e sarà un giudice a stabilire se quanto affisso su quei muri configuri davvero un reato. Nel frattempo, Anagni si ritrova suo malgrado al centro di una discussione nazionale su libertà di espressione, critica artistica e limiti del potere. Una discussione che, evidentemente, non può più essere rinviata.





