C’è chi aspetta un autobus che non arriva. Chi chiama il call center e rimane in attesa per quasi venti minuti, salvo poi sentire cadere la linea. E chi, come una nostra lettrice residente ad Anagni, si è ritrovata a fare — sono parole sue — «salti mortali» per andare a recuperare il figlio rimasto bloccato alla stazione di Anagni-Fiuggi. Il tutto in pieno ponte festivo, tra il 25 aprile e il primo maggio 2026, quando il servizio di navette tra la stazione e il centro città è praticamente sparito, senza preavviso e senza alternative.
«La gente era ferma alle fermate e non sapeva nulla», racconta la lettrice, che descrive uno scenario sconfortante: passeggeri in attesa, nessuna navetta in vista, nessuna comunicazione ufficiale a spiegare cosa stesse succedendo. Una stazione che, aggiunge con amarezza, è già di per sé «abbandonata», priva di un bar o di qualsiasi punto di ristoro, e che in quei giorni si è trasformata in una piccola trappola per chi era arrivato in treno e contava su un collegamento per raggiungere la città.
Il disagio non si è esaurito con la fine del ponte. La lettrice guarda già alla settimana successiva con apprensione, preoccupata per i viaggi universitari del figlio e per tutti quei pendolari che ogni mattina si affidano al trasporto pubblico locale per raggiungere il posto di lavoro o l’ateneo. «Non ci sono alternative», scrive. «Non ci sono taxi. Chi non ha chi possa accompagnarlo e riprenderlo, che fine fa?»
Una domanda legittima, che tocca una delle questioni più delicate della mobilità nei centri di medie dimensioni: la dipendenza dal trasporto pubblico di una fetta consistente della popolazione, quella che non dispone di un’auto propria o di una rete di supporto familiare. E quando quel servizio viene meno, anche solo per qualche giorno, le conseguenze si moltiplicano rapidamente.
A rendere il quadro ancora più amaro è la questione tariffaria. Le corse, fa notare la lettrice, hanno subito un aumento dei prezzi, eppure la puntualità continua a lasciare a desiderare. Un paradosso difficile da digerire per chi paga di più e riceve di meno. E quando prova a chiedere spiegazioni chiamando il call center di Astral — l’azienda regionale che gestisce il servizio — si trova ad ascoltare musica di attesa per tredici, diciassette minuti, finché la linea cade o la pazienza si esaurisce.
Va detto che il quadro generale del trasporto pubblico locale è in una fase di transizione. Il piano di rimodulazione delle linee, frutto di un lungo lavoro di coordinamento tra la Regione Lazio, Astral e le amministrazioni comunali del territorio, punta a snellire i tragitti e ottimizzare le coincidenze, con l’obiettivo dichiarato di rispondere con maggiore precisione alle esigenze quotidiane di studenti e lavoratori. Un processo necessario, ma evidentemente ancora in rodaggio, che nel frattempo scarica sui cittadini il peso di un servizio che non è ancora a regime.
In questo contesto, il consigliere comunale con delega al Trasporto pubblico urbano, Angelo Proietti, è costantemente al lavoro per cercare di contenere i disagi e individuare soluzioni concrete che possano mitigare l’impatto delle nuove disposizioni sui cittadini. Un impegno che la lettrice, però, chiede si traduca al più presto in fatti tangibili: informazione puntuale, copertura minima garantita anche nei giorni festivi, e soprattutto la costruzione di alternative reali per chi resta senza mezzi.
«Il Comune ha il diritto e il dovere di intervenire», conclude la lettrice, con una stoccata finale che suona come un appello collettivo: «E volevamo essere eletti Capitale della Cultura? Qui manca l’ABC.» Parole dure, ma che fotografano una frustrazione reale, condivisa da molti, e che merita una risposta all’altezza.




