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    Home » PMA nel Lazio, l’allarme dei medici: “i LEA sono bloccati, le coppie non sanno più a chi rivolgersi”
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    PMA nel Lazio, l’allarme dei medici: “i LEA sono bloccati, le coppie non sanno più a chi rivolgersi”

    il presidente della Società Italiana della Riproduzione, il professor Ermanno Greco, denuncia lo stallo nella Regione Lazio: criteri di accreditamento privi di basi scientifiche paralizzano i centri e scaricano le coppie verso altre regioni, ormai sature
    4 Giugno 20263 Mins Read
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    Volevano un figlio. E si sono ritrovati a fare i conti con un labirinto burocratico che non ha nulla a che fare con la medicina. È la condizione in cui versano migliaia di coppie nel Lazio, bloccate da uno stallo amministrativo che dura ormai da mesi e che rischia di trasformarsi in una vera e propria emergenza sanitaria e demografica.

    A lanciare l’allarme, con toni netti e senza diplomatiche attenuanti, è il professor Ermanno Greco, presidente della Società Italiana della Riproduzione (S.I.d.R.), che in una nota stampa diffusa mercoledì 3 giugno 2026 punta il dito contro la Regione Lazio: i LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza per la Procreazione Medicalmente Assistita, non sono ancora stati attivati nel territorio regionale. E il motivo, secondo Greco, è tutto fuorché scientifico.

    Ermanno Greco

    La storia di questo impasse affonda le radici nella fine del 2024, quando la Regione Lazio, con la delibera di Giunta regionale n. 1182/2024, aveva approvato il Piano Rete Regionale della PMA e i criteri per accreditare i centri privati abilitati a erogare le prestazioni in regime di convenzione. Criteri che, secondo il presidente della S.I.d.R., si sono rivelati fin da subito irragionevoli: la delibera prevedeva, tra le altre cose, che potessero accreditarsi soltanto i centri in grado di dimostrare di aver già erogato almeno 250 prestazioni di secondo e terzo livello, lasciando fuori dalla porta una fetta significativa di strutture perfettamente funzionanti e certificate. Una soglia che, nella pratica, ha concentrato tutto il peso del sistema su pochi grandi centri già saturi, allungando le liste d’attesa e penalizzando proprio le coppie più fragili.

    Il risultato? Una valanga di ricorsi amministrativi e una situazione di stallo che, a oltre un anno e mezzo dall’entrata della PMA nei LEA a livello nazionale — avvenuta il 1° gennaio 2025 — non è ancora stata risolta nel Lazio. “Ci troviamo in una situazione di completa emergenza e bisogna intervenire subito con misure eccezionali, evitando inutili sofismi”, afferma Greco, sottolineando come “tutti i centri PMA del Lazio siano certificati dal CNT, il Centro Nazionale Trapianti, e abilitati allo svolgimento corretto delle procedure richieste”.

    Il paradosso è evidente: strutture tecnicamente idonee, certificate dagli organi nazionali competenti, costrette all’inattività convenzionata per via di requisiti burocratici che nessuno studio scientifico giustifica. Nel frattempo, le coppie che cercano una gravidanza assistita si trovano a fare i conti con un vuoto di offerta che le spinge altrove: verso la Toscana, che però ha già esaurito il budget disponibile per il 2026, o verso la Lombardia, dove il costo a carico del sistema sanitario regionale è ormai il doppio rispetto a quanto previsto dai LEA nazionali.

    Un “pellegrinaggio procreativo” interregionale che costa denaro pubblico, stanca le coppie, e alimenta disuguaglianze. Tutto mentre il dibattito sulla denatalità occupa le prime pagine dei giornali e i discorsi delle più alte cariche dello Stato. “Si parla tanto di denatalità — osserva Greco — e anche il Presidente della Repubblica, in occasione degli 80 anni della Repubblica Italiana, ha dichiarato che si concentrerebbe sull’emergenza demografica, richiamando l’attenzione sull’importanza del patrimonio umano. È ora di dire basta alle parole e alla demagogia, bisogna passare ai fatti”.

    Un appello che suona come un ultimatum alla politica regionale: sbloccare l’accreditamento dei centri PMA del Lazio, applicare i LEA senza ostacoli pretestuosi, e restituire alle coppie che desiderano avere un figlio il diritto di farlo, senza essere costrette a vagare da una regione all’altra in cerca di una risposta che il loro territorio dovrebbe già essere in grado di offrire.

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