Un pezzo di storia dell’Arte di Anagni il 9 giugno salirà sul palco di una delle case d’aste più prestigiose d’Italia. È un olio su tela di Giovanni Colacicchi — nato ad Anagni il 19 gennaio 1900, morto a Firenze il 27 dicembre 1992 — intitolato Le mura di Anagni, formato 75×100 centimetri, firmato in basso a destra. Il quadro sarà battuto da Pandolfini Casa d’Aste, prestigiosa istituzione fiorentina fondata nel 1924, con una stima compresa tra 1.500 e 2.500 euro.
Non è un’opera qualunque. Il dipinto fu esposto per la prima volta nel 1933 presso la Sala d’Arte de “La Nazione” di Firenze, in uno dei momenti più fecondi della carriera del pittore, e ricomparve pubblicamente nel 2014 alla Villa Bardini, nell’ambito della grande retrospettiva Giovanni Colacicchi. Figure di Ritmo e di Luce nella Firenze del ‘900, aperta dal 18 aprile al 19 ottobre e accompagnata da un catalogo nel quale l’opera è schedata e riprodotta. Quasi un secolo di storia, tra le mani di collezionisti privati, e ora di nuovo sotto la luce dei riflettori.
Colacicchi era figlio di Roberto Colacicchi, proprietario terriero, e di Pia Vannutelli, discendente del pittore Scipione Vannutelli: un lignaggio artistico che pesò non poco sulla sua formazione. Dopo i primi studi ginnasiali in seminario, nel 1916 la famiglia gli consentì di trasferirsi a Firenze per studiare i maestri del Rinascimento. Lì avrebbe trascorso il resto della sua vita, ma il legame con Anagni non si spezzò mai del tutto. La città natale fu nucleo centrale della sua ispirazione artistica: vi tornò con frequenti soggiorni e vi aprì uno studio negli anni Trenta.
Tra il 1931 e il 1933 trascorse lunghi periodi ad Anagni, dove dipinse quadri come Santa Maria Egiziaca e Giacobbe e l’Angelo. Fu proprio in quegli anni che nacquero le tele più legate al territorio d’origine, Le mura di Anagni compreso. Nel 1930 aveva già dipinto la Donna di Anagni, uno dei suoi primi quadri di grande impegno, presentato alla I Quadriennale romana, nel quale il critico Raffaello Franchi ravvisò un omaggio alla monumentalità del Quattrocento toscano.
La carriera di Colacicchi si svolse ai vertici della cultura figurativa italiana del Novecento. Dal 1928 al 1948 fu invitato alla Biennale di Venezia; nel 1938 Eugenio Montale scrisse la presentazione di una sua mostra personale alla Galleria La Cometa di Roma; dal 1940 al 1970 insegnò all’Accademia di Belle Arti di Firenze, di cui fu per molti anni direttore. Negli anni Venti frequentava il celebre caffè delle Giubbe Rosse, crocevia della grande intellettualità fiorentina, dove incontrò tra gli altri Aldo Palazzeschi e il suo maestro Francesco Franchetti.
Dopo la guerra, aderì al Partito d’Azione e nel 1947 fondò il gruppo Nuovo Umanesimo, insieme a Oscar Gallo, Quinto Martini, Onofrio Martinelli, Ugo Capocchini ed Emanuele Cavalli, con l’intento di difendere la figuratività e il realismo in pittura contro le tendenze astratte. Una posizione coerente con tutta la sua poetica: classicismo come scelta, non come nostalgia.
L’asta del 9 giugno offre dunque l’occasione di portare a casa non soltanto un dipinto di qualità, ma un frammento autentico di storia artistica e di identità locale. Le mura di Anagni — quelle che il pittore bambino aveva davanti agli occhi prima di partire per Firenze e il mondo — torneranno a cercare un nuovo custode.




