C’è chi scrive per raccontare il mondo, e chi scrive per non annegare in esso. Igor Traboni, giornalista e poeta, appartiene alla seconda categoria — o almeno così sembra, a giudicare dal titolo della sua nuova raccolta: “Naufrago di parole”, edita da Edizioni Ensemble, con postfazione di Alessandro Zaccuri. Il volume sarà presentato martedì 30 giugno alle ore 18:30 presso la Libreria Ubik di via Aldo Moro a Frosinone, in un incontro che si preannuncia tanto letterario quanto umano. Abbiamo incontrato Igor, e a lui abbiamo rivolto alcune domande.
Iniziamo dal titolo della raccolta: perché “Naufrago di parole”?
«Perché ad un certo punto della vita, per accadimenti vari, un po’ tutti pensiamo di naufragare. E’ successo anche a me. Ma le parole, e non solo loro, mi hanno salvato. E continuano a farlo».
E’ questo il famoso potere salvifico della poesia?
«Non so se la poesia abbia mai salvato qualcuno. Non so neppure se le singole parole abbiano un minimo di potere salvifico, ma di certo sono consolatorie».
E il poeta quanto conta, se conta, in questo gioco della consolazione?
«Conta se riesce a dare parole, a trasmettere un minimo di emozione attraverso queste, altrimenti è un truffatore. Conta se riesce a non bluffare, ad essere corretto, anche quando il gioco della vita si fa duro».
A te succede questo?
«Un po’ sì, un po’ no: si susseguono giorni di grande entusiasmo, in cui vorresti spaccare il mondo, e altri di immense tristezze, quando vorresti solo scappare su un’isola».
A proposito, la tua prima raccolta aveva come titolo proprio “Isole”: questo nuovo libro è una sorta di seguito?
«Fino ad un certo punto, nel senso che ci sono dei riferimenti costanti a determinati temi, come la malinconia e la speranza, l’assenza e la presenza».
Perché allora non l’hai intitolato “Altre isole”?
«Perché sarebbe stato un titolo parecchio ruffiano, considerata anche la buona accoglienza che quel primo libro ha avuto. E di ruffiani in giro oggi ce ne sono fin troppi».
Poeti di riferimento ne hai?
«Leggo molta Poesia, ma due autori su tutti: Davide Rondoni, che ha prefato anche il mio primo libro, e Giovanni Raboni, una voce spentasi troppo presto. Ma in generale leggo molto, dai tanto ingiustamente bistrattati giornali alla narrativa. Poi mi piace “leggere” anche la sceneggiatura di un film, mentre lo guardo. O di una serie tv».
Le tue poesie sono sempre abbastanza brevi: una scelta voluta?
«Sì. Credo sia possibile dire con pochi versi tutto quello che hai dentro, o attorno. E’ inutile parlarsi addosso. Se vuoi dilungarti nella scrittura, ci sono le canzoni, le sceneggiature di film, un romanzo, laddove peraltro mi sto cimentando. Ma non voglio aggiungere altro: potrebbe arrivare qualche sorpresa, da qui alla fine dell’anno».
Della scrittura è piena la tua vita, insomma?
«Sì, e non saprei fare altro. E neppure lo vorrei. Ma la scrittura-principe per me resta quella del giornalismo. Nasco giornalista e vorrei morire tale».
Nelle tue poesie giochi molto con le parole: anche questa è una scelta voluta?
«E’ una scelta essenziale, per molti versi definitiva: se giochi con le parole, allora riesci ad addomesticarle e non ti travolgono. E, come dicevo, ti salvano dal naufragio».
Dunque, non ti senti un naufrago?
«Alcune volte sì, ma con la forza e la scorza dura dei naufraghi, che sperano sempre di vedere una nave all’orizzonte che venga a salvarli».
Poesia a parte, quali sono le navi che entrano nel tuo porto per salvarti?
«Gli affetti della famiglia, anche se da alcuni anni manca un pezzo importante, fondamentale. Gli amici, la Fede cristiana. E anche una bella partita del mio Frosinone!».
Un naufragio, dunque, che assomiglia più a un viaggio. “Naufrago di parole” arriva nelle librerie con la leggerezza di chi sa che le parole pesano — e che è proprio questo il loro dono più grande.

L’appuntamento è per il 30 giugno alle 18:30 alla Libreria Ubik di Frosinone: l’ingresso è libero.




