C’è un paese che non esiste più, fatto di case senza luce elettrica, di famiglie numerose strette attorno a un unico focolare e di contadini che dividevano a metà con il padrone tutto ciò che la terra restituiva. A restituirlo con precisione quasi fotografica è Giorgio Alessandro Pacetti, studioso di storia locale, che attraverso una raccolta di testimonianze orali riporta alla luce le abitudini di un mondo contadino sopravvissuto, praticamente immutato, fino al 1960.
Il punto di partenza del racconto è la mezzadria, il sistema che per secoli ha regolato la vita economica delle campagne pigliesi: i contadini lavoravano i campi del padrone e ne dividevano i frutti a metà, in un equilibrio fragile che teneva insieme sussistenza e fatica quotidiana. Le case, ricorda Pacetti, non erano lussuose ma venivano tenute con estrema cura, e al loro interno la stanza più importante era senza dubbio la cucina, dominata da un grande focolare attorno al quale si riuniva l’intera famiglia allargata: genitori, figli sposati e non, in un via vai continuo scandito dai ritmi della terra.
La casa contadina: tra focolare e cantina
Il camino non serviva soltanto a scaldare le lunghe sere d’inverno, ma era anche il fulcro della cucina: appeso al catenaccio, il caldaio cuoceva polenta, pasta e le immancabili erbe di campo. Il pane, va da sé, si faceva in casa, e non di rado si andava fino al mulino per macinare il grano appena raccolto. Dormire, in quelle case, significava spesso condividere lo stesso letto tra più persone, su materassi riempiti di crini o di foglie di granoturco, mentre accanto alla camera priva di finestre trovava posto il magazzino dei cereali.
Al piano sottostante, un piccolo mondo a sé: la cantina, la stalla, l’ovile, il pollaio. Ed è proprio in cantina che si conservava il patrimonio alimentare della famiglia, tra vino, olio, aceto e le immancabili scorte di salami, salsicce, prosciutti e formaggi stagionati. Mancavano, in queste abitazioni, sia la luce elettrica che l’acqua corrente, e persino il gabinetto era relegato all’esterno; di notte, per le necessità più immediate, si ricorreva al tradizionale orinale.
L’acqua, la luce e i piccoli riti quotidiani
Procurarsi l’acqua per cucinare o lavarsi era un gesto tutt’altro che scontato: si andava alla fontana con la conca, un contenitore che ogni famiglia portava in equilibrio sulla testa o sul fianco. Per illuminare le sere, invece, ci si affidava a candele, all’acetilene — il celebre lume a carburo — e al più tradizionale lume a petrolio. Il bagno, specialmente d’inverno, si faceva in una tinozza posizionata vicino al focolare, oppure addirittura nella stalla, dove il calore degli animali garantiva qualche grado in più; d’estate, invece, ci si lavava tranquillamente all’aperto.
Le stagioni fredde non fermavano il lavoro: nelle stalle gli uomini trascorrevano l’inverno intrecciando cesti di vimini e costruendo gli attrezzi necessari per i mesi successivi. Le donne, dal canto loro, si occupavano del bucato una volta al mese, recandosi al pubblico lavatoio di Romagnano, dove cenere e sapone fatto in casa erano gli unici alleati contro lo sporco. Non mancavano, tra loro, vere e proprie professioniste del mestiere: le lavandaie, figura oggi scomparsa ma allora fondamentale nell’economia domestica del paese.
Abiti, ciocie e la dote delle spose
L’abbigliamento raccontato da Pacetti è quello di una comunità abituata a fare da sé: i vestiti, cuciti in casa con lana, canapa e cotone, venivano riparati con pezze quando si rompevano, mentre l’abito della festa — quando c’era — si indossava esclusivamente per la Messa o le occasioni speciali. Le ragazze, fin da giovanissime, cominciavano a preparare la propria dote: lenzuola, asciugamani, grembiuli destinati al futuro matrimonio.
Ai piedi, la scelta più diffusa restava quella delle mitiche ciocie, quando non si andava direttamente scalzi o si indossavano zoccoli di legno; un eventuale paio di scarpe vere e proprie veniva custodito gelosamente per le feste e affidato, all’occorrenza, alle cure del calzolaio del paese. Le donne, sottolinea ancora la testimonianza raccolta da Pacetti, non indossavano né pantaloni né collant, capi che sarebbero entrati nell’uso comune solo decenni più tardi.
Dalla Balilla alla Vespa: l’arrivo della modernità
Il cambiamento, quando arrivò, lo fece con discrezione. Negli anni Trenta comparvero le prime automobili — la Balilla nel 1934, la Topolino nel 1936 — ma restavano un lusso alla portata di pochissimi. Bisognerà attendere gli anni Cinquanta perché per le strade di Piglio si comincino a vedere le prime motociclette e, soprattutto, la mitica Vespa, che in tutta Italia stava già diventando il simbolo di una libertà nuova.
I banchi di scuola tra rigore e preghiera
Anche il racconto della scuola restituisce un’epoca lontana e severa. Gli insegnanti non lesinavano punizioni fisiche, dalle tirate d’orecchie alle bacchettate sulle mani, fino all’inginocchiarsi sui chicchi di granoturco. Non stupisce, in questo contesto, che le bocciature fossero frequenti e che pochi bambini proseguissero gli studi oltre la terza elementare. Si scriveva ancora con pennino e inchiostro, e ogni lezione si apriva con una preghiera, seguita puntualmente dal controllo dell’igiene personale da parte della maestra.
D’inverno erano gli stessi alunni a portare la legna per alimentare la stufa dell’aula, mentre l’insegnante teneva accanto a sé uno scaldino con la brace per difendersi dal freddo. E la giornata, in famiglia, si chiudeva sempre con lo stesso rito: prima di andare a letto i bambini chiedevano la benedizione ai genitori, che rispondevano con la formula tramandata di generazione in generazione, “Dio ti benedica”.
Il tempo rubato al gioco
Il tempo libero, va detto, era merce rara: anche i più piccoli venivano coinvolti nei lavori dei campi e nella cura degli animali da cortile. Quando riuscivano a ritagliarsi qualche momento, i giochi più diffusi erano la ruzzola, la corda, la campana, il sassetto, la crocetta, la buchetta e il classico nascondino. Le sere di festa, invece, erano scandite dal suono dell’organetto e della fisarmonica, al ritmo dei quali i più grandi ballavano e intonavano le tradizionali serenate dedicate alle ragazze del paese.
Un affresco, quello restituito da Giorgio Alessandro Pacetti, che non ha soltanto valore nostalgico: è memoria collettiva, patrimonio identitario di una comunità che nella fatica dei campi e nella solidarietà familiare ha costruito le proprie radici, oggi custodite grazie al lavoro di chi si impegna a non farle disperdere.




