Un cantiere che prende il posto di anni di abbandono, e che punta a far entrare Roma nella mappa dei grandi snodi digitali del Mediterraneo. È questo il senso di ROM1, la prima fase del nuovo campus di data center presentato oggi, 1 ottobre 2026, da Digital Realty, la più grande piattaforma al mondo di data center cloud-neutral e carrier-neutral, quotata alla Borsa di New York.
Il progetto sorge nel Municipio IX della Capitale, sul sito industriale dismesso che ospitava il centro gestionale di ACEA in Via delle Testuggini. Su 22 ettari (220.000 metri quadrati) verranno edificati progressivamente sei data center, da ROM1 a ROM6, per una capacità IT complessiva di 35,2 MegaWatt e oltre 16.000 metri quadrati di spazio attrezzato per i clienti. Si parte da ROM1, un edificio di 5.000 metri quadrati che nella fase iniziale offrirà 3,2 MegaWatt, suddivisi in quattro moduli da 0,85 MW su 2.000 metri quadrati utili. Il completamento della prima fase operativa è previsto entro il 2027.

L’ambizione, però, va oltre i numeri. Digital Realty vuole replicare a Roma il modello sviluppato a Marsiglia, oggi indicata come sesto hub internet al mondo per interconnessioni. Il campus sarà collegato a tre sistemi di cavi sottomarini internazionali e al nodo primario dell’Internet Exchange NAMEX, capace di gestire picchi di traffico superiori a 2 Terabit al secondo. Il risultato sarà un ponte digitale verso Europa, Africa, Medio Oriente e Asia, con accesso a oltre 150 punti di presenza di rete e all’ecosistema globale PlatformDIGITAL®. Per le aziende italiane significa meno latenza tra Nord e Sud e una maggiore sovranità digitale.









Per l’amministratore delegato di Digital Realty in Italia, Alessandro Talotta, ROM1 getta le basi del campus più esteso del Centro-Sud e punta a diventare il polo di interconnessione neutrale di riferimento per l’Europa meridionale. Un investimento, ha sottolineato, che deve tradursi in un beneficio concreto per la comunità locale.
Il capitolo più concreto per i residenti riguarda infatti la rigenerazione urbana. Il campus recupera un’area compromessa senza consumare suolo agricolo o naturale, e a cantiere avviato, curato dal general contractor Techbau S.p.A., è previsto un pacchetto di opere pubbliche. Verranno riqualificati circa 500 metri di Via delle Testuggini, con strada a doppio senso, marciapiedi protetti, parcheggi anche ad uso pubblico e nuova illuminazione LED ad alta efficienza. A completare il quadro, 62 lecci (Quercus ilex L.) daranno vita a un corridoio verde alberato per il quartiere.
Sul fronte della sostenibilità, il campus sarà alimentato al 100% da energia rinnovabile certificata, acquistata con Garanzia d’Origine, senza impianti a terra né utilizzo di suolo agricolo. La struttura ha già ottenuto dall’Uptime Institute la certificazione Tier IV Design Document, il massimo livello di tolleranza ai guasti (99,999% di Power Uptime). Grazie alla collaborazione con Schneider Electric e Vertiv, l’impianto userà quadri di media tensione privi di gas fluorurati SF6 e chiller con raffreddamento adiabatico e free-cooling a circuito chiuso: l’azienda parla di consumo continuativo di acqua potabile dalla rete pubblica praticamente azzerato.
Non sono mancati i temi più delicati, quelli al centro del dibattito sui data center in Italia e nel mondo. Sul calore prodotto dai server, Digital Realty dichiara l’intenzione di metterlo a disposizione delle reti di teleriscaldamento, dove esistano infrastrutture idonee. Sul rischio di saturazione, con progetti simili in altre zone del Lazio come Colleferro, l’azienda ha precisato di non conoscere i dettagli delle iniziative altrui e ha rivendicato la natura di colocation aperta, pensata per ospitare dalle piccole e medie imprese ai grandi operatori del cloud. Quanto all’occupazione, la stima è di circa quattro posti nell’indotto per ogni addetto diretto. La società ha inoltre chiarito di non avere alcun legame con il progetto di Lacchiarella e di non accedere ai dati dei clienti.
Alla visita al cantiere era presente l’assessore all’Urbanistica di Roma Capitale, Maurizio Veloccia, che ha ricordato le condizioni di abbandono in cui versava l’area. Per l’assessore il rilascio del titolo autorizzativo non chiude un progetto, ma ne segna l’inizio. Veloccia ha rivendicato la scelta di recuperare i luoghi dismessi senza nuovo consumo di suolo e ha parlato di “falsi miti” da superare spiegando con chiarezza l’importanza di queste infrastrutture, anche per rispondere alle preoccupazioni dei cittadini. Il messaggio, ha concluso, è che opere di questo tipo si possono realizzare anche a Roma, quando le istituzioni creano le condizioni e chi investe lavora con serietà.




