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    Home » Farmaceutica, il Lazio è sempre più strategico per l’Europa: investimenti, export e nuovi posti di lavoro
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    Farmaceutica, il Lazio è sempre più strategico per l’Europa: investimenti, export e nuovi posti di lavoro

    tra Roma, Anagni, Pomezia e Latina si è consolidato uno dei più importanti ecosistemi italiani delle Scienze della Vita: export, ricerca, competenze e nuovi investimenti stanno ridisegnando la geografia industriale della regione
    7 Ottobre 20268 Mins Read
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    la zona industriale di Anagni, tra le prime - nel Lazio - per numero di aziende farmaceutiche che vi operano
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    C’è un settore nel quale il Lazio non è più soltanto una delle regioni italiane con una forte presenza industriale, ma è diventato un tassello sempre più importante della strategia produttiva europea: quello delle Scienze della Vita, con particolare riferimento alla farmaceutica, alle biotecnologie e alle attività ad alto contenuto tecnologico.

    La dimensione del fenomeno emerge innanzitutto dai numeri. Secondo la Regione Lazio, nel territorio regionale sono presenti circa 70 grandi aziende, oltre 450 imprese e circa 22 mila addetti, considerando anche l’indotto. Nel 2024 l’export farmaceutico regionale ha raggiunto circa 15 miliardi di euro, mentre i dati più recenti confermano che anche nel 2025 le esportazioni del Lazio hanno continuato a crescere.

    Non si tratta, dunque, di un comparto marginale dell’economia regionale. La farmaceutica rappresenta una delle principali porte attraverso cui il Lazio entra nelle catene globali del valore.

    Un polo che parte da Roma e arriva alle province

    La particolarità del Lazio è soprattutto nella concentrazione territoriale di competenze differenti.

    Roma rappresenta il grande polo della ricerca, delle università, dei centri clinici, delle competenze scientifiche e delle funzioni direzionali. Attorno alla Capitale si sviluppa poi una cintura produttiva nella quale convivono stabilimenti farmaceutici, aziende biotech, attività di ricerca, servizi specializzati e imprese della filiera.

    Pomezia, Latina, Anagni e gli altri poli industriali della regione costituiscono così una rete che non vive esclusivamente della produzione di farmaci finiti, ma comprende lavorazioni specialistiche, sviluppo industriale, controllo qualità, automazione, logistica e servizi ad alta qualificazione.

    È proprio questa integrazione a rendere il territorio interessante per i grandi gruppi internazionali: un’azienda che investe nel Lazio non trova soltanto un’area nella quale costruire o ampliare uno stabilimento, ma può contare su un ecosistema industriale e scientifico già presente.

    Il dato che spiega meglio di tutti la trasformazione

    C’è un numero che aiuta a comprendere la portata del fenomeno: nel 2024 il Lazio ha esportato complessivamente circa 31,5 miliardi di euro di merci, e gli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici hanno rappresentato circa il 44,5% dell’intero export regionale, con un valore vicino ai 14 miliardi di euro.

    La farmaceutica, in altre parole, pesa quasi quanto un intero settore trainante dell’economia regionale.

    Anche il confronto nazionale è significativo. Secondo Farmindustria, il Lazio è la prima regione italiana per valore dell’export farmaceutico, con circa 14 miliardi di euro nel 2024, pari al 26% dell’export farmaceutico italiano. La regione è inoltre seconda in Italia per numero di addetti nell’indotto a monte della farmaceutica, con circa 13.300 persone.

    Nel 2025 la dinamica è proseguita. L’Istat ha rilevato una crescita dell’export laziale del 9,6% rispetto all’anno precedente. Nello stesso anno l’aumento delle esportazioni di prodotti farmaceutici, chimico-medicinali e botanici del Lazio ha contribuito alla crescita complessiva dell’export italiano; particolarmente significativo è stato anche l’incremento delle vendite regionali verso gli Stati Uniti.

    Perché proprio adesso il fattore Lazio diventa ancora più importante

    La risposta va cercata anche fuori dai confini regionali.

    L’Europa sta cercando di rafforzare la propria autonomia industriale e sanitaria. La pandemia ha mostrato quanto possa essere fragile una catena di approvvigionamento eccessivamente dipendente da pochi Paesi per principi attivi, componenti e prodotti strategici.

    Il tema non riguarda soltanto la disponibilità dei medicinali. Riguarda anche la capacità europea di controllare una parte maggiore della propria filiera industriale, dalla ricerca alla produzione.

    Il MIMIT, nel suo più recente rapporto sulle Life Sciences pubblicato nel settembre 2026, evidenzia proprio questa dimensione: nel 2025 l’Italia ha esportato circa 66,8 miliardi di euro di prodotti farmaceutici, collocandosi al quinto posto nell’Unione europea, con un saldo commerciale positivo superiore ai 33 miliardi. Allo stesso tempo, il rapporto segnala una vulnerabilità ancora importante: la dipendenza dalle importazioni di principi attivi e sostanze strategiche provenienti soprattutto da Cina e India.

    È qui che la capacità produttiva di territori come il Lazio assume un valore che va oltre l’economia regionale.

    Anagni, il caso che più di ogni altro racconta questa trasformazione

    Il progetto Novo Nordisk ad Anagni è probabilmente l’esempio più evidente della crescente rilevanza strategica del territorio.

    Nel 2025 il programma di ampliamento dello stabilimento era stato dichiarato dal Governo di preminente interesse strategico nazionale, con la nomina del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca a commissario straordinario.

    Nel giugno 2026, però, è arrivato un aggiornamento importante rispetto alle cifre inizialmente circolate: Novo Nordisk ha confermato un piano di sviluppo oggi stimato in oltre un miliardo di euro, con circa 400 nuovi posti di lavoro diretti. Il sito di Anagni è destinato alla lavorazione e alla produzione di farmaci per malattie croniche, con particolare attenzione ai nuovi trattamenti per l’obesità.

    La vicenda è significativa anche per un altro motivo.

    Il fatto che un investimento industriale di questa portata sia stato inserito tra i programmi di interesse strategico nazionale dimostra quanto la produzione farmaceutica venga ormai considerata una componente della sicurezza economica e sanitaria del Paese.

    Non è più soltanto una questione di occupazione locale o di attrazione di capitali esteri. È una questione di capacità produttiva.

    E il Lazio non è soltanto Anagni

    Concentrare l’attenzione esclusivamente sul progetto Novo Nordisk rischierebbe però di restituire un’immagine parziale.

    Il valore del Lazio risiede proprio nella presenza contemporanea di più specializzazioni.

    A Latina si sono sviluppate importanti realtà della produzione farmaceutica e del contract development and manufacturing, mentre nell’area di Pomezia operano aziende e gruppi internazionali con attività produttive e di ricerca. Roma, nel frattempo, costituisce il principale serbatoio regionale di università, competenze scientifiche, ricerca e servizi avanzati.

    Il risultato è una filiera nella quale il confine tra industria, ricerca e innovazione diventa sempre più sottile.

    E questo è esattamente ciò che cercano oggi gli investitori internazionali: non soltanto terreno e infrastrutture, ma persone qualificate, fornitori specializzati, laboratori, università, servizi, collegamenti logistici e capacità di innovare.

    La partita dei prossimi anni sarà sulle competenze

    Il vero limite, paradossalmente, potrebbe non essere rappresentato dalla capacità di attrarre investimenti.

    Sarà necessario riuscire a trovare le persone in grado di sostenerli.

    La nuova farmaceutica richiede infatti competenze sempre più specialistiche: biologi, chimici, farmacisti, ingegneri di processo, esperti di automazione, informatici, specialisti della qualità e professionisti capaci di lavorare all’interno di impianti altamente automatizzati.

    È un cambiamento profondo rispetto all’immagine tradizionale della fabbrica farmaceutica.

    La produzione del futuro sarà sempre più digitale, automatizzata e interconnessa con la ricerca. E proprio per questo la presenza di università e centri di ricerca diventa un elemento decisivo nella scelta del luogo dove investire.

    La Regione Lazio ha già individuato le Life Sciences tra i settori strategici della propria politica di attrazione degli investimenti e internazionalizzazione. Nel 2026 ha inoltre annunciato misure per sostenere startup e PMI innovative, con risorse destinate alle tecnologie strategiche e al venture capital.

    La sfida è trasformare la presenza industriale in un ecosistema

    Il Lazio parte dunque da una posizione favorevole. Ha grandi multinazionali, imprese italiane, competenze scientifiche, università, capacità produttiva ed elevata propensione all’export.

    Ma essere un grande polo produttivo non significa automaticamente diventare un grande polo europeo dell’innovazione.

    La sfida dei prossimi anni sarà riuscire a collegare sempre meglio ricerca e industria, favorire la nascita e la crescita delle startup, formare competenze adeguate alle nuove tecnologie e rendere più semplici e veloci le procedure amministrative necessarie per realizzare gli investimenti.

    Anche perché la concorrenza non è soltanto italiana. I territori europei stanno competendo per attirare gli stessi capitali, gli stessi ricercatori e gli stessi grandi gruppi industriali.

    Da periferia produttiva a nodo della filiera europea

    È forse questo il cambiamento più interessante.

    Per decenni il Lazio è stato percepito soprattutto come una regione legata alla pubblica amministrazione, ai servizi, al turismo e alla presenza istituzionale della Capitale.

    I numeri raccontano oggi una realtà più articolata.

    Accanto a Roma esiste una piattaforma industriale che produce ed esporta farmaci in tutto il mondo e che sta attirando nuovi investimenti proprio mentre l’Europa cerca di rafforzare la propria autonomia produttiva nel settore sanitario.

    Anagni, Pomezia, Latina e Roma non sono poli isolati: insieme rappresentano una delle infrastrutture industriali più importanti del Lazio e una parte significativa della capacità italiana di stare dentro le nuove catene globali delle Scienze della Vita.

    Il vero banco di prova, adesso, sarà capire se questa fase di crescita riuscirà a produrre un effetto duraturo: più ricerca, più imprese innovative, più occupazione qualificata e una filiera sempre più completa.

    Perché il punto non è soltanto attirare una grande multinazionale.

    Il punto è fare in modo che, quando arriverà il prossimo grande investimento internazionale, il Lazio sia già uno dei luoghi nei quali l’Europa cerca naturalmente competenze, tecnologia e capacità produttiva.

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