di Silvia Scarselletta
Tolstoj scriveva che «tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo»; quello che però il nostro amatissimo autore russo non ha aggiunto è che le discordie di una famiglia infelice attecchiscono come radici profonde, tanto ostinate da resistere a più generazioni senza essere mai estirpate. È il caso di Josè, protagonista dell’introspettivo romanzo di Claudia Maniccia “L’amore che ti fa conoscere”: a Josè non è bastata un’intera vita di inadeguatezze per comprendere ciò che un incontro – lontano, inatteso, quasi accidentale – finirà per servirgli su un piatto d’argento.
Nei suoi libri, Claudia Maniccia ama mettere a nudo i personaggi, soprattutto i protagonisti. Josè, all’inizio, appare al lettore quasi come un inetto: infastidisce, respinge, e nelle prime pagine ci si sorprende a pensare: «perché non si fa mai andare bene niente?». Ed è proprio qui che emerge la bravura della scrittrice: lentamente, impercettibilmente, quel fastidio si trasforma in identificazione, fino a portarci a dire «Josè, mi sento anche io così».
Il romanzo analizza l’io in ogni sua sfaccettatura: è la cronaca di una lotta continua del protagonista contro se stesso, contro le verità più scomode, quelle che non si vorrebbero mai ammettere, e richiamando uno degli autori più volte citati nel libro, Luigi Pirandello, è come se Josè facesse proprie le parole de “I quaderni di Serafino Gubbio operatore”: «studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno». Josè è dissociato dalla propria vita: agisce per riflesso, mai per scelta. Odia gran parte di se stesso, a partire dal suo stesso nome, che gli ricorda quotidianamente la crisi familiare in cui è cresciuto: un banale scherzo del padre – trasformatosi in un affronto vero e proprio – lo condanna fin dalla nascita: all’anagrafe, invece di chiamarlo Mario, come il suocero, decide di chiamarlo Josè, per scherno verso quella frase che la moglie gli ripeteva tanto spesso: «sai cos’è?».
Forse è anche per questo che Josè nutre una considerazione così povera dell’amore. Un matrimonio nato senza convinzione, finito esattamente “come previsto”; una seconda relazione avviata e già gravata dai pregiudizi: parlando dei primi viaggi da fare insieme, alla compagna dice: «scommetto che desideri tanto andare nel punto più occidentale d’Europa, in Portogallo, vero?», assumendo la convinzione che lei fosse banale quanto l’ex moglie, colpevole di voler trascorrere i weekend negli stessi luoghi scontati di sempre.
Il suo disinteresse per le relazioni umane emerge chiaramente nel modo in cui descrive le donne della sua vita: Stella, la prima moglie, donna scialba, il cui nome contrasta la sua insignificanza; Clotilde, la donna per cui l’ha lasciata, “di mondo”- come lui la intende – che vive ancora a casa dei genitori ed è incapace di usare correttamente il congiuntivo. Poi, quasi magicamente, tutto cambia. Josè incontra per caso un amore liceale, che definisce l’amore della sua vita, la sua Lei. E con Lei qualcosa si spezza – o forse si allenta: «[…] con Lei invece non era così. Sentivo che qualcosa di tanto negativo dentro di me si era indebolito. Quella forza che mi tratteneva, appropriandosi dei miei desideri e dei miei impulsi, e che mi rendeva tanto restio ad accogliere ciò che c’era di amabile intorno a me, sembrava essersi allentata, consentendomi per la prima volta di lasciarmi trasportare dall’affettività».

Le ultime pagine del libro lasciano senza parole, perché accade esattamente ciò che il lettore non si aspetta. Dopo aver accompagnato Josè in tutti i suoi viaggi interiori – dentro se stesso e dentro le donne che hanno attraversato la sua vita – dopo l’analisi lucida e spietata della sua esistenza, dall’infanzia ai genitori, dal nome al lavoro, dal Liceo fino alle ragioni profonde per cui quella storia ora tanto bramata non ha funzionato, arriva il colpo finale: nell’ultima, intensa riflessione, Josè sembra rivolgersi direttamente al lettore, invece si scopre che tutto era parte di un dialogo reale, pronunciato in un solo pomeriggio, tra una moltitudine di caffè, commozioni trattenute e rimpianti mai del tutto accettati. Un discorso detto ad alta voce, finalmente, che si conclude nel modo più incredibile e inaspettato: «buona fortuna, amore mio».
BIOGRAFIA DELL’AUTRICE
Claudia Maniccia è nata nel 1971 a Roma, dove vive. Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università La Sapienza dopo la maturità scientifica. Sposata e mamma di una ragazza di diciannove anni, da sempre è amante della lettura e del teatro. Ha pubblicato nel 2019 “L’insostenibile pesantezza delle chiacchiere”, Manni Editori, nel 2023 “L’amore che ti fa conoscere”, Pathos Edizioni e nel 2025 “Illegittima difesa”, Pathos Edizioni.




