L’Italia si sveglia più povera, questa mattina. Nella notte tra lunedì e martedì, Gino Paoli ha chiuso per sempre gli occhi nella sua Genova, la città che lo aveva accolto da bambino e che lui aveva ripagato con una vita intera di canzoni. Aveva compiuto 91 anni lo scorso settembre, e fino all’ultimo aveva continuato a guardare il mondo con quella miscela inconfondibile di disincanto e tenerezza che lo rendeva unico. A dare la notizia è stata la famiglia Paoli, con una nota sobria e dignitosa: “Questa notte Gino ci ha lasciato in serenità e circondato dall’affetto dei suoi cari”. I familiari hanno chiesto rispetto e riservatezza in questo momento di dolore, chiedendo di preservare l’intimità di un lutto che appartiene non solo a loro, ma all’intero patrimonio culturale del nostro Paese.
Gino Paoli era nato il 23 settembre 1934 a Monfalcone, in Venezia Giulia, figlio di un ingegnere navale. La famiglia si trasferì presto a Genova per sfuggire alle violenze del dopoguerra nell’area giuliano-dalmata, e fu in quella città di mare, di caruggi e di vento che il giovane Gino trovò se stesso. Prima ancora di diventare cantautore, fu studente svogliato, appassionato di pittura, frequentatore instancabile di locali notturni dove il jazz era religione e la notte durava fino all’alba. Fu lì, mescolandosi con una generazione di artisti straordinari, che nacque quella che la storia della musica avrebbe poi chiamato “Scuola Genovese”: Luigi Tenco, Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, accomunati da una sensibilità letteraria nutrita dalle chanson francesi di Georges Brassens e Jacques Brel.
A portarlo sulla scena nazionale fu Gianfranco Reverberi, che gli aprì le porte di Milano e del grande pubblico. Ed è a Milano che Gino Paoli scrisse “Il cielo in una stanza”, brano che avrebbe poi inciso Mina rendendolo immortale: una canzone che per la prima volta fondeva la dimensione erotica con quella quasi mistica, trasformando quattro pareti in un universo sconfinato. Seguirono “La gatta”, “Senza fine” — interpretata da Ornella Vanoni, con la quale Paoli avrebbe intrecciato una storia d’amore intensa e duratura — e nel 1963 “Sapore di sale”, arrangiata dal maestro Ennio Morricone con il celebre assolo di sax di Gato Barbieri, colonna sonora di un’estate, di un’epoca, di una generazione intera.
Eppure, proprio nell’anno del suo trionfo più grande, Gino Paoli toccò il fondo più oscuro. L’11 luglio 1963 tentò di togliersi la vita, sparandosi un colpo di pistola al petto. Miracolosamente sopravvissuto, portò per sempre nel pericardio il proiettile che i medici non vollero mai rimuovere: un “ospite ingombrante”, come lui stesso lo definì, che gli ricordava ogni giorno quanto sottile sia il confine tra l’esistenza e il nulla. Da quella ferita, fisica e dell’anima, nacque però una scrittura ancora più profonda, capace di descrivere la fragilità umana con una precisione quasi chirurgica.
Gli anni successivi videro Paoli attraversare alti e bassi, lottare con i problemi legati all’alcol — dai quali si liberò definitivamente dopo la tragica perdita del fratello —, e ritirarsi per un periodo a fare l’oste a Levanto, lontano dai riflettori. Ma l’artista vero non smette mai, e a partire dagli anni Ottanta Gino Paoli tornò prepotentemente con “Una lunga storia d’amore” e con “Quattro amici”, brano con il quale vinse il Festivalbar 1991 e che è diventato, nel tempo, l’inno dell’amicizia per intere generazioni di italiani. Parallelamente alla musica, nel 1987 fu eletto deputato nelle file del PCI, su sollecitazione di Achille Occhetto e Massimo D’Alema, vivendo quell’esperienza politica con la stessa schiettezza graffiante che lo caratterizzava in tutto.
Negli ultimi anni, Paoli aveva abbracciato sempre più il jazz, suonando in formazioni ridotte — solo voce e pianoforte — al fianco del pianista Danilo Rea, in recital di straordinaria intensità emotiva. Un modo per tornare alle origini, ai vecchi locali di Genova, alla musica come conversazione intima piuttosto che come spettacolo. La vita, però, gli aveva inflitto ferite recenti e ancora aperte: nel marzo 2025 era scomparso il figlio primogenito Giovanni, giornalista, stroncato da un infarto a soli sessant’anni. “Non ho ancora superato la morte di mio figlio”, aveva confessato in un’intervista, con quella disarmante onestà che non l’aveva mai abbandonato.
A pochi mesi di distanza, anche la sua amata Ornella Vanoni lo aveva preceduto nell’ultimo viaggio. E oggi, nel silenzio di una notte di marzo a Genova, anche Gino Paoli se n’è andato. Come se, dopo una vita intera a scrivere di amori senza fine, avesse deciso che era giunto il momento di riunirsi a chi amava davvero. Resta la musica, naturalmente. Resta “Il cielo in una stanza”, resta “Senza fine”, restano le note di “Sapore di sale” che sanno ancora di estate e di giovinezza perduta. E resta quella voce roca e vellutata che, per oltre sessant’anni, ha detto agli italiani quello che spesso non sapevano dire da soli




