Erano acque verdi, innaturalmente verdi, quelle che anagnia.com aveva segnalato il 7 aprile scorso prima alle Forze dell’Ordine – prontamente intervenute in loco pochi minuti dopo – e poi in un dettagliato articolo pubblicato la sera stessa. Un colore che non lasciava spazio a molte interpretazioni, e che il giorno seguente aveva lasciato il posto a uno spettacolo ancora più inquietante: centinaia di pesci morti a pelo d’acqua, galleggianti inerti anche lungo un affluente del fiume. Ora, a distanza di settimane, arrivano i numeri. E quei numeri confermano il peggio.
Le analisi condotte dall’ARPA Lazio a seguito dei campionamenti effettuati il 7 e l’8 aprile sul ponte che segna il confine tra i territori di Anagni e Sgurgola parlano chiaro: il Fiume Sacco, in quei giorni, stava soffocando. Il dato più grave è quello registrato l’8 aprile nei pressi della paratia della centrale: soli 3,73 milligrammi per litro di ossigeno disciolto, con una saturazione del 37,2%. Per chiunque abbia dimestichezza con la biologia fluviale, si tratta di una soglia critica. Al di sotto di certi livelli, i pesci muoiono. E così è stato.
Anche il giorno precedente, il 7 aprile, i valori registrati non lasciavano presagire nulla di buono: 5,82 mg/L di ossigeno disciolto e una saturazione al 58,7%, accompagnati da schiume, torbidità e odori molesti, segnali inequivocabili di un ecosistema già sotto stress. Il secondo punto di campionamento dell’8 aprile, effettuato direttamente sul ponte, aveva rilevato 4,86 mg/L e una saturazione del 47,3%: un quadro leggermente meno compromesso, ma comunque ben al di sotto dei livelli considerati accettabili per la sopravvivenza della fauna ittica.
Gli esperti parlano di una tipica crisi da deossigenazione, compatibile con uno sversamento massiccio di sostanza organica — verosimilmente liquame zootecnico o materiale di analoga composizione — che avrebbe innescato un’esplosione del consumo biologico di ossigeno nel fiume. In parole semplici: i microrganismi impegnati a degradare la sostanza organica hanno consumato tutto l’ossigeno disponibile nell’acqua, privandone i pesci fino a soffocarli.
Ma il quadro analitico è ancora incompleto. Mancano all’appello i risultati di laboratorio relativi a BOD, COD, ammoniaca, azoto, fosforo, tensioattivi, microbiologia, metalli pesanti, pesticidi e idrocarburi: valori che potrebbero rivelare non solo la natura precisa della sostanza contaminante, ma anche, e soprattutto, indicare le responsabilità di quanto accaduto. Sul caso stanno già indagando i Carabinieri Forestale di Frosinone, ai quali spetterà il compito di ricostruire l’intera catena causale dell’episodio.
A richiamare l’attenzione pubblica sulla vicenda è stata anche la deputata Ilaria Fontana, eletta con il Movimento 5 Stelle nelle elezioni politiche del 2022, che ha ottenuto i dati tramite accesso agli atti. «Siamo davanti all’ennesimo segnale di un territorio fragile, che non può più essere trattato come una discarica», ha dichiarato la parlamentare sul proprio profilo Facebook, annunciando l’intenzione di seguire personalmente ogni sviluppo della vicenda.
Il Fiume Sacco — già tristemente noto per la contaminazione da beta-esaclorocicloesano che per decenni ha avvelenato l’intera Valle del Sacco — torna così a fare i conti con l’ennesima emergenza ambientale. Un territorio che porta ancora i segni di un passato industriale pesantissimo e che continua, evidentemente, a fare i conti con chi considera le sue acque una comoda via di fuga per scarichi che non potrebbero mai ottenere il permesso di existere alla luce del sole.




