Roma – Tutto è cominciato da settanta orologi di lusso spariti nel nulla e da due clienti che clienti non erano. Una rapina da 900mila euro, consumata nella primavera del 2024 in una prestigiosa gioielleria del quartiere Parioli, ha innescato un’indagine lunga e meticolosa che ha portato alla luce un’intera associazione per delinquere, strutturata, gerarchica e pericolosamente efficiente. Sette le persone ora destinatarie di misure cautelari.
La rapina che ha aperto il caso
La scena è quella di un pomeriggio apparentemente normale in una delle vie dello shopping romano più esclusive. Due uomini entrano in gioielleria, fingono interesse per alcuni orologi di pregio, si fanno mostrare i pezzi più costosi. Poi estraggono le pistole — una delle quali equipaggiata con silenziatore — e minacciano il dipendente. In pochi minuti portano via settanta orologi per un valore commerciale superiore ai 900mila euro.
Le modalità esecutive — precise, rapide, prive di improvvisazione — hanno subito orientato gli investigatori della Squadra Mobile verso un contesto criminale organizzato, ben lontano dalla rapina improvvisata.
Il volto dalle telecamere e la svolta investigativa
Il punto di partenza dell’inchiesta è stato un frame: un’immagine estrapolata dai sistemi di videosorveglianza della gioielleria, che ritraeva uno dei rapinatori con tratti sufficientemente nitidi da poter essere analizzati. Gli specialisti della V Sezione della Squadra Mobile, incaricati delle indagini fin dalle prime ore, hanno confrontato quella fisionomia con quella di un noto pregiudicato per reati analoghi.
La sovrapposizione era quasi perfetta. Dopo una serie di riscontri tecnici approfonditi, gli investigatori hanno associato con certezza quel volto a un sessantaduenne romano, già noto alle forze dell’ordine e con precedenti trascorsi carcerari per reati della stessa specie.
Una piramide criminale con ruoli ben definiti
Le indagini, coordinate dai magistrati del Dipartimento Criminalità Diffusa e Grave della Procura della Repubblica di Roma, hanno progressivamente restituito il profilo di un gruppo stabilmente organizzato, con una struttura interna rigida e ruoli distribuiti con precisione quasi aziendale.
Al vertice della piramide si trovava un cinquantaseienne di origini siciliane, con funzioni di comando e coordinamento. Subito sotto, un quarantasettenne conterraneo, con compiti sia operativi che organizzativo-logistici. Allo stesso livello operava il sessantaduenne immortalato alle telecamere dei Parioli, cui erano affidate le ricognizioni preliminari sui bersagli, la custodia delle armi utilizzate nei colpi e la gestione dei veicoli funzionali alle operazioni.
Alla base della struttura, infine, si collocavano un quarantenne siciliano e un sessantacinquenne romano, con compiti di supporto nelle fasi preparatorie e ruoli esecutivi nella gestione concreta di ciascun colpo.
Targhe clonate, jammer e furgoni attrezzati
Ogni rapina veniva pianificata con estrema meticolosità, seguendo schemi operativi rodati nel tempo. I veicoli impiegati — sia quelli usati per raggiungere il bersaglio sia quelli di copertura — erano sistematicamente scelti tra proventi di furto e successivamente “ripuliti” attraverso l’applicazione di targhe contraffatte o clonate, riconducibili a mezzi regolarmente circolanti, così da vanificare eventuali controlli in corsa.
A completare il dispositivo tattico, il gruppo disponeva di un furgone di supporto allestito con apparati tecnologici avanzati: dispositivi jammer e disturbatori di frequenza, capaci di interferire con le comunicazioni delle Forze dell’ordine e ostacolare le operazioni di localizzazione e coordinamento sul campo. Un livello di sofisticazione che fa riflettere sulla professionalità — per quanto criminale — dell’organizzazione.
Quattro rapine e un arresto in Versilia
Le indagini hanno permesso di attribuire al gruppo quattro rapine, tutte commesse tra il 2023 e il 2025, ai danni di gioiellerie e uffici postali della capitale. L’ultima sarebbe stata sventata sul campo dagli stessi agenti della Squadra Mobile in via Borromeo.
Il quadro indiziario si è poi ulteriormente solidificato con un arresto avvenuto lo scorso gennaio in Versilia: il sessantaduenne già identificato come uno degli autori della rapina ai Parioli è stato fermato in possesso di una pistola clandestina del tutto simile a quella impiegata nel colpo romano, e di una delle autovetture rubate che il gruppo utilizzava abitualmente.
Sette misure cautelari
Il GIP presso il Tribunale di Roma, valutati i gravi indizi di colpevolezza raccolti dagli investigatori, ha disposto la custodia cautelare in carcere per cinque dei sodali e gli arresti domiciliari per gli altri due. Un’ordinanza che chiude — almeno sul piano giudiziario — una vicenda criminale durata anni, costruita sulla violenza, sulla paura e su una pericolosa capacità organizzativa.




