Venti minuti. È bastato questo lasso di tempo per trasformare il Pronto Soccorso dell’ospedale “Leopoldo Parodi Delfino” di Colleferro in uno scenario di caos e paura. È accaduto la sera del 29 aprile, quando un gruppo di parenti e conoscenti di una paziente ha fatto irruzione nell’area riservata del Triage, travolgendo ogni barriera protettiva e mettendo a rischio l’incolumità del personale in servizio.
La donna era stata ricoverata in un forte stato di alterazione psicofisica. Poco dopo il suo arrivo, un drappello di familiari e conoscenti ha varcato con la forza i varchi di accesso all’area di triage, dando vita a una scena di intimidazione collettiva: urla, minacce e violenze verbali hanno invaso i corridoi, lasciando medici e infermieri senza via d’uscita se non quella di barricarsi all’interno dei locali per mettersi al sicuro.
La situazione è precipitata quando un infermiere, nel tentativo di riportare la calma, è stato colpito dalla stessa paziente con spintoni e schiaffi al volto. Il sanitario ha riportato lesioni giudicate guaribili in sette giorni. Una piccola ferita fisica, ma enorme nella sua portata simbolica: l’ennesima aggressione a chi lavora in prima linea, spesso senza protezione adeguata, in uno dei contesti più delicati e sotto pressione dell’intero sistema sanitario.
La paralisi del Pronto Soccorso è durata circa venti minuti. In quel lasso di tempo, nessun nuovo paziente ha potuto ricevere assistenza: chi attendeva in sala d’aspetto è rimasto senza cure, mentre il personale era costretto a non muoversi per evitare ulteriori aggressioni. Un cortocircuito che fotografa con crudezza la vulnerabilità di chi opera nelle emergenze.
A ripristinare l’ordine sono intervenuti gli Agenti del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Colleferro e le Guardie Giurate in servizio presso il nosocomio. Una volta sedati gli animi, le indagini sono partite con rapidità grazie all’analisi dei filmati delle telecamere di videosorveglianza interna, che hanno immortalato l’intera dinamica e i singoli ruoli di ciascun partecipante.
Tra i denunciati emerge la figura di un uomo già noto alle forze dell’ordine per precedenti penali, che avrebbe svolto il ruolo di “palo”: posizionato fisicamente davanti alla porta d’accesso del triage, avrebbe bloccato i varchi per consentire agli altri di muoversi indisturbati nelle aree riservate. Un’organizzazione rudimentale ma efficace, che ha aggravato ulteriormente la posizione del gruppo agli occhi degli investigatori.
Al termine dell’attività d’indagine, circa quattro persone sono state deferite alla Procura della Repubblica, con le accuse, a vario titolo, di interruzione di pubblico servizio e concorso in reato. La posizione più grave resta quella della paziente, nei cui confronti è scattata anche l’accusa di lesioni aggravate ai danni di personale sanitario.
Un’accusa tutt’altro che leggera, nel quadro normativo attuale. La Legge n. 113/2020, nota come legge sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie, ha inserito nel Codice Penale una specifica circostanza aggravante per i reati commessi con violenza o minaccia contro medici e infermieri. Per le lesioni gravi o gravissime, le pene possono arrivare fino a sedici anni di reclusione. Inoltre, a seguito della riforma Cartabia e dei successivi decreti d’urgenza, le lesioni personali ai danni di un professionista sanitario sono diventate procedibili d’ufficio: non serve più la querela della vittima per avviare il procedimento penale.
Il caso di Colleferro si aggiunge a una lista che non smette di allungarsi. E torna a porre con forza una domanda a cui il sistema ancora stenta a rispondere: fino a quando chi salva le vite altrui dovrà farlo rischiando la propria incolumità?




