Un terreno trasformato in cimitero di automobili, nascosto alla vista da una fitta barriera di vegetazione. È quanto hanno scoperto, nei giorni scorsi, i militari del Nucleo Carabinieri Forestale di Ceccano e della Stazione Carabinieri di Ripi, intervenuti nella periferia urbana del comune della provincia di Frosinone dopo una segnalazione arrivata dall’alto — letteralmente.
A tradire l’esistenza del sito illegale era stato un sorvolo di perlustrazione del Raggruppamento Aeromobili Carabinieri – Nucleo Elicotteri, i cui equipaggi avevano notato dall’alto una situazione sospetta in un’area difficilmente ispezionabile da terra proprio per la copertura arborea che la celava agli occhi dei passanti. La segnalazione era stata prontamente trasmessa ai reparti territorialmente competenti, che hanno avviato l’ispezione.
Ciò che i militari hanno trovato sul posto ha confermato i peggiori sospetti. Su un terreno di circa 1.500 metri quadri, a fondo naturale e privo di qualsiasi impermeabilizzazione o sistema di raccolta delle acque piovane, giacevano ammassati in modo del tutto incontrollato: 38 autovetture fuori uso parzialmente smontate, parti di carrozzeria, sedili, cerchi e pneumatici usurati, motori scomposti e loro componenti, oltre a 22 taniche da 20 litri ciascuna colme di olio motore esausto — un rifiuto classificato come pericoloso.




Non una discarica improvvisata da chi cerca di sbarazzarsi di qualche ingombro: dietro l’accumulo, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, si celava una vera e propria attività commerciale. Il responsabile risulta essere un uomo che gestiva un’attività di vendita online di ricambi auto usati, evidentemente alimentata dal sistematico smontaggio dei veicoli abbandonati sul fondo.
L’uomo è stato denunciato, a piede libero, all’Autorità Giudiziaria per due distinte ipotesi di reato. La prima riguarda la gestione illecita di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, in violazione dell’articolo 256, comma 1, del Decreto Legislativo n. 152/2006 — il Codice dell’Ambiente — che prevede, in caso di condanna, la reclusione da uno a cinque anni. La seconda ipotesi contestata è la violazione delle disposizioni del Piano di Tutela delle Acque Regionale (PTAR) del Lazio, sanzionata dall’articolo 137, comma 9, dello stesso decreto con l’arresto fino a due anni o un’ammenda che può arrivare a 10.000 euro.
Al di là delle conseguenze penali, il denunciato dovrà farsi carico — a proprie spese — del corretto smaltimento di tutti i rifiuti presenti e del ripristino dello stato originario dei luoghi. Un onere economico che si preannuncia considerevole, data la quantità e la natura del materiale accumulato.
Le autorità sottolineano la gravità ambientale dell’episodio: un terreno privo di impermeabilizzazione, esposto a olio esausto e altri liquidi tossici provenienti dai veicoli, rappresenta un concreto rischio di contaminazione del suolo e delle falde acquifere sottostanti, con potenziali ripercussioni sull’intero ecosistema locale e sulla salute di chi vive in quella zona.
Il caso di Ripi si inserisce in un’azione più ampia di contrasto agli illeciti ambientali portata avanti dall’Organizzazione Forestale dell’Arma dei Carabinieri, che opera in sinergia con le varie articolazioni territoriali e fa sempre più ricorso a strumenti tecnologici avanzati — come appunto il monitoraggio aereo — per individuare siti illegali altrimenti invisibili. Chiunque voglia segnalare situazioni sospette può farlo attraverso il numero verde di emergenza ambientale 1515, attivo e gratuito.




