Solo il 25% del cibo consumato a Roma proviene dall’agro romano e laziale. Il restante 75% arriva da altre regioni italiane — circa il 60% — o dall’estero, per un ulteriore 15%. Sono numeri che fotografano con fredda precisione la distanza cresciuta tra la Capitale e i territori che la circondano, e che restituiscono l’urgenza di un ripensamento profondo del modo in cui le grandi città si relazionano con la produzione alimentare. A complicare il quadro, negli ultimi sessant’anni quasi 61.000 ettari di aree agricole e naturali nell’area metropolitana di Roma sono stati trasformati in superfici artificiali, mentre altri 41.000 ettari hanno subito processi di abbandono colturale, uscendo di fatto dal ciclo produttivo.
È attorno a questa realtà che prende forma “Buono e Bio in Festa“, la manifestazione in programma il 6 e 7 giugno all’Orto Botanico di Roma, promossa dall’Assessorato all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale insieme a FederBio e Slow Food Italia, con la collaborazione della Sapienza Università di Roma e della Mountain Partnership-FAO. Due giorni di talk, mercato, laboratori e attività aperte al pubblico, con un obiettivo ambizioso: riportare il cibo al centro del dibattito pubblico come questione politica, ambientale e sociale, non come semplice fatto di consumo.
Città e aree interne: un rapporto da reinventare
Il nodo centrale della manifestazione è il legame — oggi fragile, spesso interrotto — tra i sistemi urbani e i territori rurali che li alimentano. Secondo l’Atlante del Cibo della Città Metropolitana di Roma Capitale, il saldo commerciale agricolo del Comune di Roma registra circa 25 milioni di euro di export a fronte di 465 milioni di euro di importazioni: un disavanzo che misura, in termini economici, la dipendenza strutturale della città da produzioni esterne. Eppure il potenziale non manca: il Lazio detiene l’11% dei terreni pubblici italiani, il dato più alto a livello nazionale, una riserva ancora largamente inutilizzata che potrebbe diventare leva per nuove filiere territoriali.
Il talk di apertura — “Città come alleate delle aree interne: dalla dipendenza alla corresponsabilità territoriale” — affronta proprio questo nodo, coinvolgendo rappresentanti di diverse realtà urbane italiane: da Genova a Firenze, da Alba a Varese, fino a Melpignano, comune piccolo ma significativo nella geografia delle eccellenze enogastronomiche del Paese. A fare da cornice istituzionale, la presenza di Anci con il presidente della Commissione Agricoltura Guido Milana, che da pochi mesi ha avviato un tavolo nazionale su questi temi.
Secondo il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, il 23% della popolazione italiana vive in questi territori, che custodiscono una quota rilevante della produzione agricola e della biodiversità nazionale, ma soffrono di spopolamento e di una crescita imprenditoriale più lenta. Nelle stesse aree, circa un’impresa agricola su quattro è guidata da donne, protagoniste spesso invisibili di quella transizione agroecologica che vorrebbe essere — nelle intenzioni dei promotori — anche socialmente equa. A loro è dedicato uno dei talk in programma: “Senza donne non c’è cibo”.
Le politiche del cibo nelle città
Se il rapporto tra città e territorio interroga il modo in cui il cibo viene prodotto, le food policy urbane si concentrano su come viene distribuito, consumato e reso accessibile. Mense scolastiche, mercati di prossimità, biodistretti e pratiche di orticoltura urbana diventano, in questa prospettiva, strumenti concreti di politica pubblica. Attraverso la domanda collettiva, le amministrazioni locali possono orientare modelli alimentari, sostenere filiere biologiche e territoriali, investire in educazione alimentare.
Sabrina Alfonsi, assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale, ha sottolineato come questa edizione segni un passaggio importante: «Quest’edizione sarà animata da una serie di appuntamenti per raccontare il grande lavoro svolto da questa Amministrazione rispetto alle politiche del cibo, tra cui la redazione del piano del cibo per la Capitale». Un percorso che coinvolge anche il Consiglio del Cibo di Roma Capitale e la Rete italiana delle Politiche del Cibo, a testimonianza di come il tema stia costruendo reti sempre più ampie tra istituzioni e società civile.
Biologico, agroecologia e resilienza
Il biologico è oggi una realtà consolidata: secondo ISMEA, il settore conta più di 97.000 operatori, oltre 2,5 milioni di ettari coltivati e una spesa domestica che ha raggiunto i 3,96 miliardi di euro. Nel Lazio, l’incidenza del biologico sulla superficie agricola utilizzata è pari al 23,4%, vicina al target europeo del 25% al 2030. Un risultato che non è solo economico, ma descrive una trasformazione culturale in atto.
Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, inquadra il biologico come «l’unico modello agricolo realmente in grado di tenere insieme tutela degli ecosistemi, qualità del cibo, salute delle persone e opportunità economiche per le comunità locali». L’agroecologia amplia questa prospettiva applicando principi ecologici ai sistemi produttivi, riducendo la dipendenza da input esterni e rafforzando la biodiversità. Non a caso, la manifestazione si inserisce nel programma GROW – Agrobiodiversità in un clima che cambia della Mountain Partnership della FAO, dedicato al ruolo della biodiversità di fronte alla crisi climatica.
La giustizia nella filiera
C’è però un aspetto che rischia di restare nell’ombra quando si parla di cibo di qualità: chi guadagna davvero, lungo la catena che va dal campo alla tavola? Secondo elaborazioni richiamate da studi ISMEA, su 100 euro spesi per prodotti agricoli freschi, meno di 20 euro restano al comparto agricolo come valore aggiunto. Il resto si distribuisce tra trasformazione, logistica, distribuzione e altri segmenti della filiera. Parallelamente, i più recenti rapporti sul caporalato e sullo sfruttamento lavorativo stimano circa 200.000 lavoratori irregolari impiegati nell’agricoltura italiana: un dato che pesa come un macigno su qualsiasi narrazione troppo idilliaca del “cibo buono”.
Il talk “La giustizia nella filiera agroalimentare” mette al centro proprio queste contraddizioni: il giusto prezzo riconosciuto agli agricoltori, la sostenibilità economica delle aziende, la qualità del lavoro e il riconoscimento dei servizi ecosistemici. «Serve un cambiamento culturale, oltre che colturale», sintetizza Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia: superare la logica competitiva che ha svuotato le aree interne di significati e servizi, e costruire un rapporto paritario — cooperativo, non di servizio — tra città e campagna. «Se c’è un lascito che racchiude tutti i lasciti del nostro fondatore Carlo Petrini», aggiunge Nappini, «è la convinzione che il mondo lo si possa cambiare proprio a partire dal cibo».
Il programma e le attività aperte al pubblico
Accanto al ciclo di talk, la manifestazione propone una dimensione esperienziale: il Villaggio del Bio di FederBio e il Mercato della Terra di Slow Food Lazio ospiteranno produttori, trasformatori, degustazioni e laboratori divulgativi. Per le famiglie e i più piccoli, il Baby Bio Park offrirà percorsi educativi sulla stagionalità, incontri con agricoltori, allevatori, apicoltori, fornai e cuochi. Un programma che tiene insieme riflessione e partecipazione, sapendo che la conoscenza del cibo — come la sua produzione — si impara anche con le mani.




