Torna a far discutere la Valle del Sacco, e lo fa con la forza di chi da oltre vent’anni convive con una delle eredità industriali più pesanti del Lazio. Nei giorni scorsi, ARPA Lazio ha pubblicato il report “Studio sulla presenza di metalli e metalloidi nei suoli di aree esterne e interne al SIN Bacino del fiume Sacco“, incardinato nell’Accordo di Programma firmato nel 2019 tra Regione Lazio e Ministero dell’Ambiente. Lo studio ha preso in esame 150 campioni di suolo prelevati in una fascia di 3 chilometri attorno al perimetro del sito, confrontandoli con quelli interni, e ha rilevato eccedenze di alcuni elementi comparabili tra i due contesti, avvalorando l’ipotesi che tali eccedenze siano riconducibili a caratteristiche geologiche naturali piuttosto che all’impatto delle attività produttive. SNPASNPA
Un risultato che, nelle intenzioni di chi lo ha prodotto, dovrebbe semplificare alcuni procedimenti amministrativi di bonifica. Ma che, nella lettura di una parte consistente della società civile locale, rischia di trasformarsi in qualcosa di ben più pericoloso: il grimaldello per ridisegnare i confini del SIN, sottraendo porzioni significative di territorio alle tutele previste.
A dirlo con chiarezza è un coordinamento composto da cinque realtà: il Comitato No Biodigestore a Frosinone – Valle del Sacco, il Comitato residenti Colleferro, il gruppo Cittadini della Valle del Sacco Sgurgola – Anagni, LABRIOLAB nella persona di Stefano Di Scanno e il Blog Frosinone Bella e Brutta. In un comunicato diffuso nelle ultime ore, i firmatari smontano pezzo per pezzo la narrazione che si sta costruendo attorno allo studio, rivendicando una lettura più onesta e più completa della realtà ambientale della Valle.
Il punto di partenza della contestazione è metodologico. I comitati riconoscono che certi metalli e metalloidi — arsenico, berillio, cobalto, tallio, vanadio — possano avere effettivamente un’origine geogenica, cioè naturale, legata all’assetto del sottosuolo. Il fenomeno è noto: basti pensare all’arsenico di origine vulcanica nei Castelli Romani, che contamina le falde indipendentemente da qualsiasi pressione industriale. Ma affermare che i valori siano comparabili dentro e fuori il perimetro del SIN, sottolineano i firmatari, non è una menzogna: è però una verità selezionata, e quindi fuorviante, perché risponde a una domanda che non è quella giusta.
Il vero problema della Valle del Sacco, ricordano i comitati, non è mai stato nei metalli. Il SIN è stato istituito a seguito di una crisi sanitaria e ambientale il cui epicentro era tutt’altro: gli organoclorurati persistenti, e in particolare il beta-esaclorocicloesano (beta-HCH), sottoprodotto della lavorazione del lindano prodotto per decenni nell’area di Colleferro dalla BPD/Caffaro. Nel 2005 vennero rilevati livelli di beta-HCH nel latte crudo delle aziende bovine locali fino a venti volte superiori ai limiti di legge. Le successive campagne di biomonitoraggio documentarono la contaminazione in oltre il 50% dei residenti campionati. La IARC — l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro — ha classificato il lindano come cancerogeno per l’uomo di gruppo 1, con evidenza sufficiente per il linfoma non-Hodgkin.
Ma i comitati avvertono che nemmeno il beta-HCH esaurisce il quadro. La Valle del Sacco è un caso di contaminazione plurifattoriale, difficilmente riconducibile a un unico agente come avvenne a Seveso con la diossina o a Casale Monferrato con l’amianto. Qui convivono organoclorurati persistenti, metalli pesanti di origine industriale, amianto, fitofarmaci e inquinanti atmosferici. Ogni matrice ambientale — suolo, acque superficiali, acque sotterranee, aria — porta le tracce di contaminazioni diverse e sovrapposte, accumulate in decenni diversi da fonti diverse. È questa stratificazione, sostengono i firmatari, a rendere la Valle del Sacco un caso ambientale fuori scala: e uno studio focalizzato esclusivamente sui metalli nel suolo non può, per definizione, fotografarla.
La posta in gioco, poi, è alta. Nel 2019 Regione Lazio e Ministero dell’Ambiente firmarono un Accordo di Programma che prevedeva un cronoprogramma di undici interventi urgenti nel SIN: bonifiche, messa in sicurezza dei siti industriali dismessi, monitoraggio delle acque. I comitati chiedono apertamente quanti di quegli interventi siano stati effettivamente completati e con quali risultati verificabili — domande che, sottolineano, spettano alla Regione, individuata quale Responsabile Unico dell’Attuazione. La convocazione di un incontro a Frosinone al di fuori della sede istituzionale del Comitato di Indirizzo e Controllo viene definita dai firmatari un grave vulnus istituzionale, che esautora quell’organo dalle funzioni che l’Accordo stesso gli attribuisce.
Il comunicato si chiude con una frase che suona come un monito e come una rivendicazione insieme. La Valle del Sacco, scrivono i firmatari, non ha bisogno di nuovi tranquillizzanti. Ha bisogno che gli impegni già assunti vengano finalmente onorati. Perché il prezzo di vent’anni di promesse mancate non si misura soltanto in ettari di terreno contaminato, ma in malattie, in morti e nella distruzione silenziosa di un’economia agricola che un tempo era orgoglio del territorio. Di seguito, il testo integrale del comunicato delle associazioni inviato agli organi di stampa:
IL CAVALLO DI TROIA DEL SIN
Lo studio appena pubblicato da ARPA Lazio sulla presenza di metalli e metalloidi nei suoli interni ed esterni al SIN “Bacino del fiume Sacco” sta circolando in questi giorni come se fosse una rivelazione. Non lo è ed è necessario fare chiarezza.
LO STUDIO È PARZIALMENTE CORRETTO, MA DELIBERATAMENTE INCOMPLETO
È vero che certi metalli e metalloidi, come arsenico, berillio, cobalto, tallio e vanadio, possono avere origine geogenica, cioè naturale, legata all’assetto geologico del territorio. Il fenomeno è noto e documentato: basti pensare all’arsenico di origine vulcanica nei Castelli Romani, che contamina le falde per via endogena, indipendentemente da qualsiasi attività industriale. Dunque affermare che i valori di questi metalli siano comparabili dentro e fuori il perimetro del SIN non è in sé una bugia. È però una verità selezionata, e quindi fuorviante, perché risponde ad una domanda che non è quella giusta.
LA METODOLOGIA DELLO STUDIO NON RISPONDE ALLA DOMANDA GIUSTA
Lo studio ARPA si è concentrato esclusivamente sui metalli e metalloidi, cercando valori di fondo naturale. È un obiettivo legittimo, utile ai fini amministrativi per semplificare certi procedimenti di bonifica. Ma non è la fotografia dell’inquinamento del SIN. Uno studio che confronta la presenza di cobalto dentro e fuori il perimetro e conclude che non ci sono differenze sostanziali non dice nulla sulla presenza di beta-HCH, di solventi clorurati, di IPA o delle altre sostanze che caratterizzano la contaminazione industriale storica di questa Valle.
IL VERO PROBLEMA DELLA VALLE DEL SACCO NON SONO I METALLI
Il SIN Valle del Sacco è stato istituito a seguito di una crisi sanitaria e ambientale che aveva al centro tutt’altro: gli organoclorurati persistenti, e in particolare il beta-esaclorocicloesano (beta-HCH), sottoprodotto della lavorazione del lindano, prodotto per decenni nell’area di Colleferro dalla BPD/Caffaro. Nel 2005 vennero rilevati livelli di beta-HCH nel latte crudo di aziende bovine locali fino a 20 volte superiori ai limiti di legge. Successive campagne di biomonitoraggio umano documentarono la contaminazione in oltre il 50% dei residenti campionati. La IARC ha classificato il lindano come cancerogeno per l’uomo (gruppo 1), con evidenza sufficiente per il linfoma non-Hodgkin.
E il beta-HCH non è nemmeno l’unico problema.
Il punto cruciale è la pluritropicità degli inquinanti della Valle del Sacco. Non si tratta di un singolo agente, come a Seveso con la diossina o a Casale Monferrato con l’amianto. Qui convivono organoclorurati persistenti (HCH, DDT e relativi metaboliti), metalli pesanti di origine industriale, amianto, fitofarmaci e inquinanti atmosferici da traffico e impianti. Ogni matrice ambientale, suolo, acque superficiali, acque sotterranee, aria, porta tracce di contaminazioni diverse e sovrapposte, accumulate in tempi diversi, da fonti diverse. È questa stratificazione, non la singola sostanza, a rendere la Valle del Sacco un caso ambientale fuori scala rispetto ai modelli più noti di disastro industriale italiano.
Una contaminazione così complessa non può essere ridotta alla sola misurazione dei metalli nel suolo, come se bastasse quel dato a fotografare l’intero fenomeno.
LA RIPERIMETRAZIONE DEL SIN NON PUÒ BASARSI SU DATI PARZIALI
Nel 2019 Regione Lazio e Ministero dell’Ambiente hanno sottoscritto un Accordo di Programma, che ha definito un cronoprogramma di 11 interventi urgenti nel SIN, riguardanti la bonifica delle aree contaminate, la messa in sicurezza dei siti industriali dismessi e il monitoraggio delle acque. Quel cronoprogramma è stato attuato? In quale percentuale? Con quali risultati verificabili?
Domande a cui dovrebbe rispondere la Regione, individuata quale Responsabile unico dell’attuazione (RUA). Lo stesso Accordo, all’art. 7, attribuisce al Comitato di indirizzo e controllo il compito di «presiedere e coordinare l’intero processo di attuazione di tutti gli interventi previsti». Prevede, inoltre che per assicurare la massima partecipazione delle amministrazioni locali e degli stakeholder, il Comitato convochi un’apposita seduta per comunicare gli esiti delle valutazioni effettuate. La convocazione di un incontro separato a Frosinone, al di fuori di questa sede istituzionale, costituisce un grave atto politico e un evidente vulnus istituzionale: esautora il Comitato dalle funzioni che gli sono attribuite, ne svilisce il ruolo e riduce gli spazi di partecipazione del territorio.
Le analisi richieste dalla Regione e condotte da ARPA, con il contributo dei vari enti coinvolti, sulla determinazione dei valori di fondo naturale di metalli e metalloidi nei suoli vengono oggi richiamate a sostegno dell’ipotesi di riperimetrazione del SIN, che interessa circa 72 km² di territorio, con la prospettiva di sottrarre alcune di quelle aree alle tutele previste.
Il dibattito sulla riperimetrazione del SIN – agitato ciclicamente sia dal centrodestra che dal centrosinistra come leva politica – non può ridursi a questa sola evidenza, né attribuirle un valore determinante in assenza di una valutazione complessiva della contaminazione della Valle del Sacco.
Una decisione di tale portata non può fondarsi su un quadro conoscitivo parziale, né essere assunta senza il pieno coinvolgimento delle comunità che da oltre vent’anni pagano il prezzo della contaminazione: la malattia, in molti casi la morte, e la distruzione di una parte significativa dell’economia agricola e degli allevamenti della Valle del Sacco.
Temiamo la Regione anche quando porta doni. La Valle del Sacco non ha bisogno di altre dichiarazioni rassicuranti. Ha bisogno che gli impegni già assunti vengano finalmente onorati.
Il coordinamento di:
– Comitato No Biodigestore a Frosinone – Valle del Sacco
– Comitato residenti Colleferro
– Cittadini della Valle del Sacco Sgurgola – Anagni
– LABRIOLAB – Stefano Di Scanno
– Blog Frosinone Bella e Brutta
Frosinone, 27 giugno 2026




