Si chiude definitivamente uno dei capitoli più inquietanti della cronaca giudiziaria del basso Lazio. Con la parola fine pronunciata dalla Corte Suprema di Cassazione, per dodici esponenti di spicco del sodalizio criminale smantellato nell’ambito della celebre operazione denominata Requiem-ultimatum al crimine si sono spalancate le porte del carcere. I giudici della Sezione Quarta Penale hanno infatti respinto i ricorsi presentati contro la sentenza emessa il 23 ottobre 2025 dalla Corte di Appello di Roma, rendendo irrevocabili le condanne e trasformando i faldoni di un’inchiesta colossale in verdetti di colpevolezza senza più appello.
L’ordine di carcerazione, firmato dall’Ufficio Esecuzioni Penali della Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Roma, ha fatto scattare un imponente dispositivo di sicurezza. Un epilogo atteso che mette il sigillo su un’indagine complessa e ramificata, iniziata lontano nel tempo, precisamente nel 2018, e che ha svelato l’esistenza di una vera e propria holding del malaffare capace di spaziare dall’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti fino al riciclaggio di denaro sporco e all’estorsione.
Il cuore pulsante di questa organizzazione batteva a Sora, ma i tentacoli si allungavano con prepotenza verso il cassinate, la provincia de L’Aquila e i territori della Campania. Tutto era cominciato quasi in sordina, con una serie di ordinari sequestri di droga e arresti in flagranza per spaccio nella città volsca. Elementi apparentemente isolati che però non hanno ingannato gli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Frosinone e i militari del Comando provinciale della Guardia di Finanza. Incrociando tabulati, pedinamenti e flussi finanziari, le forze dell’ordine compresero subito che dietro quei singoli pusher si nascondeva una struttura mafiosa ben radicata e militarmente organizzata.
Il dettaglio più macabro e singolare emerso dalle indagini riguarda il coinvolgimento diretto di un’nota agenzia di onoranze funebri del territorio sorano. Un paravento perfetto, insospettabile solo in apparenza, utilizzato dai vertici del sodalizio per ripulire e schermare i fiumi di denaro contante provenienti dai profitti illeciti del narcotraffico. I carri funebri e i servizi cimiteriali non erano quindi soltanto un business legale, ma una vera e propria lavatrice finanziaria al servizio del clan.
Il potere economico accumulato era tale da innescare persino una profonda e cruenta scissione interna. La sete di monopolio assoluto sui traffici illeciti ha infatti spaccato l’organizzazione in due fazioni contrapposte, di cui una strettamente legata proprio al comparto delle pompe funebri. Una guerra fredda tra criminali combattuta a suon di intimidazioni ed estorsioni per il controllo esclusivo delle piazze di spaccio della provincia. Una deriva violenta arginata solo dal blitz iniziale che portò all’arresto di venticinque persone, oltre a numerosi sequestri che fruttarono complessivamente oltre venticinque chilogrammi di sostanze stupefacenti tra cocaina, hashish ed eroina.
Le operazioni di cattura eseguite nelle scorse ore hanno visto una straordinaria coordinazione tra le forze di polizia su scala interregionale. A Sora gli agenti della Squadra Mobile, supportati dal personale della locale Questura, hanno rintracciato e blindato i primi cinque condannati. Contemporaneamente, su input degli investigatori ciociari, i colleghi della Squadra Mobile di Napoli, della Squadra Mobile di L’Aquila, del Commissariato di P.S. di Lanciano e i militari dell’Arma dei Carabinieri di Campobasso hanno stretto le manette ai polsi di altri cinque soggetti. Per gli ultimi due ricercati, ormai stretti nella morsa della giustizia, non è rimasta altra scelta che la resa spontanea si sono infatti costituiti presentandosi direttamente ai cancelli dei rispettivi istituti penitenziari. Si conclude così, con dodici detenuti in più, la lunga parabola della banda che aveva provato a trasformare il business del dolore in un impero della droga.




