Una notizia completamente falsa, capace in poche ore di raggiungere decine di migliaia di persone, è finita al centro di un’indagine della Polizia di Stato. Al lavoro, in particolare, sono la DIGOS della Questura di Frosinone e gli specialisti della Sezione Operativa per la Sicurezza Cibernetica della Polizia Postale e delle Comunicazioni, incaricati di ricostruire la genesi e la propagazione di un contenuto diffamatorio che ha coinvolto il sindaco del capoluogo, Riccardo Mastrangeli.
La vicenda nasce da un post pubblicato all’interno di un gruppo Facebook denominato “Popolo Antifascista”, in cui si affermava — senza alcun fondamento — che il primo cittadino di Frosinone fosse stato arrestato in relazione a fatti di sfruttamento dei migranti. Un contenuto costruito dal nulla, che però ha trovato terreno fertile: migliaia di condivisioni e reazioni in poche ore, complice anche la dimensione tutt’altro che marginale dello spazio in cui è stato pubblicato, che al momento in cui scriviamo conta 38.505 iscritti.
Proprio su questo punto è opportuna una precisazione. Nelle sue prime dichiarazioni, Mastrangeli ha parlato di “pagina Facebook”, ma si tratta in realtà di un gruppo, una distinzione che non è solo terminologica ma ha conseguenze concrete, anche sul piano legale, come vedremo più avanti.
La possibile origine dell’equivoco
Chi ha scritto il post potrebbe aver sovrapposto due vicende distinte, generando una pericolosa confusione. Nell’ottobre 2024, infatti, era stato realmente arrestato Roberto Caligiore, allora sindaco di Ceccano ed esponente di Fratelli d’Italia, nell’ambito di un’inchiesta della Procura Europea su un presunto sistema di corruzione legato agli appalti finanziati con i fondi del PNRR e alla gestione dell’accoglienza dei migranti. Un caso realmente accaduto, seguito all’epoca anche dalla Squadra Mobile di Frosinone, che ha probabilmente alimentato — nella mente di chi ha scritto il post su Mastrangeli — un cortocircuito tra due amministratori comunali del territorio, due partiti diversi e due vicende giudiziarie che non hanno alcun collegamento tra loro.
Le reazioni del sindaco
Mastrangeli non le ha mandate a dire. Ha giustamente definito quanto accaduto “vergognoso”, sottolineando come non si tratti di una legittima critica politica ma dell’attribuzione di un fatto gravissimo e penalmente rilevante, con ripercussioni dirette sulla sua reputazione, sulla sua attività istituzionale e sulla sua famiglia. Il sindaco ha collegato l’episodio al clima che si respira alla vigilia di una fase politica ed elettorale particolarmente delicata, ipotizzando — è bene precisarlo, si tratta di una sua valutazione personale — che la vicenda possa essere maturata in ambienti riconducibili al centrosinistra cittadino.
Ha inoltre raccontato l’amarezza provata non solo come amministratore, ma come uomo, padre e nonno, ribadendo di non essersi mai sottratto al confronto politico, anche duro, ma di non poter accettare che si scelga la via della menzogna quando manca la forza per contrastarlo sul piano dei fatti.
Nonostante nel gruppo “Popolo Antifascista” siano state pubblicate delle scuse, Mastrangeli ha comunque annunciato di voler procedere nelle sedi competenti. Ha già presentato querela presso gli uffici della DIGOS, spiegando che la gravità della vicenda, sul piano politico, giudiziario e penale, rende necessario un accertamento formale delle responsabilità, anche a tutela delle persone che, secondo la sua ricostruzione, sarebbero state inconsapevolmente coinvolte nella diffusione del contenuto falso.
Gruppo o pagina: una differenza che pesa (anche in tribunale)
Sul piano tecnico e legale, la distinzione tra pagina e gruppo Facebook non è affatto secondaria. Una pagina è uno spazio gestito da uno o più amministratori, che ne controllano direttamente — o autorizzano — i contenuti pubblicati in bacheca: chi la amministra risponde quindi, di norma, in prima persona di ciò che vi compare.
Un gruppo funziona diversamente: è uno spazio di discussione in cui ogni singolo iscritto può pubblicare autonomamente, mentre gli amministratori e i moderatori esercitano un ruolo di supervisione, potendo rimuovere contenuti o allontanare utenti. Secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, questo significa che gli amministratori di un gruppo non rispondono automaticamente di ciò che un singolo iscritto pubblica: la loro responsabilità può emergere solo se, venuti effettivamente a conoscenza di un contenuto diffamatorio, abbiano omesso di rimuoverlo tempestivamente pur avendone la possibilità tecnica. In quel caso potrebbe configurarsi una corresponsabilità per omesso controllo.
Diversa, e più diretta, resta invece la posizione di chi ha materialmente scritto e pubblicato il post: quella persona risponde in prima persona del reato di diffamazione aggravata dal mezzo della pubblicità (articolo 595 del Codice penale), un’aggravante che nel caso specifico trova ulteriore peso proprio nella capillare diffusione garantita da un gruppo con decine di migliaia di iscritti.
Il gruppo sospeso e le indagini in corso
Al momento della pubblicazione di questo articolo, il gruppo “Popolo Antifascista” risulta temporaneamente sospeso: un amministratore lo ha messo in pausa il 26 agosto 2026, con la dicitura che ne annuncia la ripresa dell’attività il 3 settembre 2026 alle ore 23:52. Non è dato sapere, al momento, se la sospensione sia in qualche modo collegata alla vicenda.
Gli investigatori della Polizia di Stato sono ora al lavoro per individuare sia l’autore materiale del post, sia eventuali soggetti che ne abbiano consapevolmente favorito la diffusione, i quali risponderanno di specifici fatti di reato. Va comunque ricordato che l’indagine è nella sua fase iniziale e che, fino a un eventuale accertamento definitivo delle responsabilità, vale per chiunque risulti coinvolto la presunzione di non colpevolezza.
Mastrangeli, dal canto suo, ha assicurato che continuerà a svolgere il proprio ruolo con la stessa determinazione di sempre, invitando gli avversari politici al confronto sui programmi e sui risultati amministrativi, ma respingendo con fermezza qualunque tentativo di sostituire la competizione elettorale con la diffusione di notizie false.




