Il tema della composizione delle classi nelle scuole italiane torna al centro del dibattito politico e sociale con l’arrivo di un nuovo decreto annunciato dal governo guidato da Giorgia Meloni, che punta a rendere obbligatorio un limite già esistente sulla carta ma raramente rispettato nella pratica. Al centro del provvedimento c’è il tetto del 30% di alunni stranieri per classe, un principio non nuovo nel panorama normativo italiano ma che, per la prima volta, rischia di trasformarsi da semplice raccomandazione amministrativa a obbligo di legge.
La soglia, va ricordato, non nasce oggi. Fu introdotta già nel gennaio del 2010 con una circolare firmata dall’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini, che indicava “di norma” un limite alla presenza di alunni con cittadinanza non italiana nelle singole classi. Negli anni, però, quella soglia è rimasta in larga parte disattesa, complice la possibilità di ottenere deroghe e la mancanza di un coordinamento stringente tra i dirigenti scolastici dei diversi istituti, soprattutto nei territori dove la presenza di studenti di origine straniera è più consistente.
Il punto qualificante della nuova proposta, portata avanti dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, riguarda proprio la platea a cui si applicherebbe il limite. Il tetto, infatti, non interesserebbe indistintamente tutti gli studenti con cittadinanza non italiana, ma sarebbe circoscritto agli alunni non comunitari che presentano una conoscenza scarsa o nulla della lingua italiana. Resterebbero fuori dal computo, secondo quanto riportato dagli organi di informazione, i cittadini dell’Unione Europea — equiparati agli studenti italiani dalle norme comunitarie — così come gli studenti di seconda generazione in grado di dimostrare una padronanza sufficiente dell’italiano.
Secondo la ricostruzione fornita dal ministro, l’obiettivo dichiarato sarebbe quello di evitare la formazione di quelle che lo stesso Valditara ha definito scuole o classi “ghetto”, favorendo invece una distribuzione più equilibrata degli alunni tra gli istituti di uno stesso territorio. A tal fine il decreto assegnerebbe un ruolo rafforzato agli Uffici scolastici territoriali, chiamati a coordinarsi con i dirigenti scolastici per redistribuire gli studenti con maggiori difficoltà linguistiche verso le cosiddette scuole di prossimità, quelle più vicine geograficamente all’istituto di partenza.
Tra le misure collegate al provvedimento comparirebbe anche l’introduzione di corsi di lingua italiana obbligatori per i genitori di alunni non italofoni che manifestano gravi difficoltà di inserimento scolastico, un meccanismo che il governo avrebbe in parte ispirato al modello adottato in Germania. Non si tratterebbe, in ogni caso, di un obbligo generalizzato esteso a tutte le famiglie straniere, ma di una misura mirata alle situazioni più critiche. Il pacchetto includerebbe inoltre il divieto di indossare burqa e niqab negli ambienti scolastici, eliminando le deroghe finora previste per motivi religiosi o culturali, oltre a nuovi fondi destinati a rafforzare l’apprendimento della lingua italiana come priorità del percorso educativo.
I numeri alla base della discussione restituiscono la portata del fenomeno: secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, aggiornati alla fine di agosto, gli studenti con cittadinanza non italiana nelle scuole del Paese sarebbero oltre 911mila, circa il 12% della popolazione scolastica complessiva, con una concentrazione più elevata nelle regioni del Nord Italia. Proprio l’eterogeneità della distribuzione territoriale rappresenta, secondo diversi osservatori, uno dei nodi più delicati dell’applicazione pratica della norma: in alcuni istituti, specialmente in contesti urbani con forte presenza di comunità straniere, la quota di alunni non italofoni supererebbe già ampiamente la soglia del 30%, rendendo complessa una redistribuzione che non comporti anche un allontanamento dei ragazzi dai propri quartieri di residenza.
Sul fronte del dibattito pubblico, la misura ha suscitato reazioni contrastanti. Se da un lato l’esecutivo rivendica la finalità di tutelare la qualità della didattica e di favorire un’integrazione più efficace, dall’altro non mancano le perplessità sollevate da associazioni ed esperti del settore, che segnalano il rischio di penalizzare ulteriormente gli studenti già in condizioni di svantaggio, senza affrontare alla radice le cause della dispersione scolastica e delle disuguaglianze educative. Diversi rapporti, tra cui quelli elaborati da Save the Children, evidenziano infatti come gli studenti con background migratorio scontino difficoltà aggiuntive legate al contesto socioeconomico di provenienza, più che alla sola origine straniera.
Il provvedimento, atteso all’esame del Consiglio dei Ministri, dovrà ora affrontare l’iter parlamentare prima di diventare legge a tutti gli effetti, con la possibilità che il testo definitivo subisca ulteriori modifiche rispetto alle anticipazioni circolate finora.




