Aprire un’attività in proprio è un progetto che continua ad attirare giovani, professionisti, artigiani e persone che desiderano costruire un percorso lavorativo indipendente. C’è chi sogna di inaugurare un piccolo negozio, chi vorrebbe trasformare una passione in una fonte di reddito, chi pensa di avviare un’attività di servizi e chi, dopo anni trascorsi come dipendente, valuta la possibilità di diventare imprenditore.
Ma quanto costa davvero mettersi in proprio nel 2026? E soprattutto, quali sono i passaggi da affrontare per trasformare un progetto in un’attività regolarmente avviata?
La risposta dipende da numerosi fattori: il settore scelto, la forma giuridica, la presenza di una sede fisica, le attrezzature necessarie, il numero di persone coinvolte e il volume d’affari previsto. Una cosa, però, è certa: aprire un’attività non significa soltanto ottenere una partita IVA. Occorre pianificare gli investimenti, conoscere gli obblighi fiscali e previdenziali e, soprattutto, avere un’idea sufficientemente chiara di come generare ricavi.
La prima domanda: quale attività si vuole aprire?
Prima ancora di rivolgersi a un commercialista o avviare una pratica amministrativa, è opportuno mettere nero su bianco il progetto imprenditoriale.
Aprire un negozio di abbigliamento, avviare un’impresa edile, lavorare come consulente informatico, inaugurare un laboratorio artigianale o gestire un’attività di ristorazione comporta esigenze e investimenti profondamente differenti.
Il primo passaggio consiste quindi nell’analizzare il mercato di riferimento: chi sono i potenziali clienti? Quali prodotti o servizi si intendono offrire? Esistono già concorrenti nella stessa zona? Quali sono i prezzi praticati? Quanto occorre fatturare ogni mese per coprire le spese e ottenere un guadagno?
Sono domande apparentemente semplici, ma possono fare la differenza tra un’attività destinata a consolidarsi e un progetto che rischia di esaurire rapidamente le risorse disponibili.
È qui che entra in gioco il business plan, ovvero il piano d’impresa. Non è soltanto un documento utile quando si richiede un finanziamento: è uno strumento che permette di valutare la sostenibilità economica dell’iniziativa, stimare gli investimenti iniziali, individuare i costi fissi e prevedere i ricavi.
Ditta individuale, società o libera professione: quale forma scegliere?
Una delle prime decisioni riguarda la forma giuridica dell’attività.
Per chi desidera lavorare autonomamente, senza soci e con una struttura organizzativa contenuta, la ditta individuale può rappresentare una soluzione relativamente semplice. Non richiede un atto costitutivo notarile e consente al titolare di gestire direttamente l’impresa.
Bisogna tuttavia considerare un aspetto fondamentale: nella ditta individuale l’imprenditore risponde personalmente delle obbligazioni dell’attività, esponendo anche il proprio patrimonio ai rischi dell’impresa.
Quando il progetto coinvolge più persone, richiede investimenti importanti oppure comporta una struttura organizzativa più articolata, può essere opportuno valutare la costituzione di una società.
Tra le forme più diffuse ci sono la società in nome collettivo (Snc), la società in accomandita semplice (Sas) e la società a responsabilità limitata (Srl).
Quest’ultima, in particolare, consente in linea generale di separare il patrimonio della società da quello personale dei soci, fermo restando il regime delle responsabilità previste dalla legge e quelle eventualmente assunte dagli amministratori.
Per chi esercita una professione intellettuale, invece, può essere sufficiente aprire una partita IVA come lavoratore autonomo, senza necessariamente costituire un’impresa commerciale.
La scelta non deve essere dettata soltanto dal costo di apertura: occorre valutare anche il trattamento fiscale, gli obblighi contabili, i contributi previdenziali e le responsabilità che derivano dalla forma prescelta.
Partita IVA, iscrizione alla Camera di Commercio e pratiche amministrative
Una volta definita l’attività, arriva il momento degli adempimenti burocratici.
Per le imprese soggette a iscrizione nel Registro delle Imprese, uno degli strumenti centrali è la Comunicazione Unica d’Impresa, conosciuta anche come ComUnica.
Si tratta di una procedura telematica che permette di trasmettere attraverso un unico canale le informazioni necessarie a diversi enti pubblici.
Con un’unica pratica è possibile gestire gli adempimenti relativi al Registro delle Imprese, all’Agenzia delle Entrate, all’INPS e, quando previsto, all’INAIL. La procedura può comprendere anche la Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA) destinata allo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP).
Per le imprese individuali, tra i requisiti operativi necessari per la trasmissione delle pratiche figurano la firma digitale e una casella di posta elettronica certificata (PEC).
La situazione cambia in base al tipo di attività. Un professionista che non è tenuto all’iscrizione nel Registro delle Imprese può richiedere direttamente all’Agenzia delle Entrate l’attribuzione della partita IVA, seguendo le procedure previste per la propria categoria.
Per aprire un negozio, un laboratorio o un’attività aperta al pubblico occorre inoltre verificare le disposizioni comunali, urbanistiche, igienico-sanitarie e di sicurezza applicabili.
In molti casi è sufficiente presentare una SCIA al SUAP competente, ma non tutte le attività seguono la stessa procedura. Alcune richiedono autorizzazioni specifiche, requisiti professionali o verifiche preventive.
Per questo motivo è consigliabile informarsi prima di firmare un contratto di locazione o acquistare attrezzature: scoprire successivamente che un locale non possiede i requisiti necessari può comportare spese impreviste e ritardi nell’apertura.
Quanto costa aprire un’attività nel 2026?
È probabilmente la domanda che interessa maggiormente chi sta valutando di mettersi in proprio.
Non esiste una cifra valida per tutti. I costi possono essere molto contenuti per un professionista che lavora da casa e dispone già degli strumenti necessari, mentre possono raggiungere importi considerevoli per chi deve affittare un locale, acquistare macchinari, realizzare impianti o assumere personale.
Per avere un quadro realistico, è necessario distinguere diverse voci di spesa.
Le pratiche di apertura. La costituzione di una ditta individuale non comporta le stesse spese di una società. Occorre considerare i diritti e gli eventuali bolli camerali, i costi delle pratiche amministrative e il compenso del professionista che si occupa degli adempimenti. Nel caso di una società, possono aggiungersi le spese notarili e quelle legate alla costituzione.
Il commercialista. La gestione contabile e fiscale comporta un costo periodico, variabile in base alla forma giuridica, al regime fiscale, al numero delle operazioni e alla complessità dell’attività. È opportuno richiedere un preventivo che distingua chiaramente gli adempimenti compresi nel servizio.
La sede operativa. Chi apre un negozio o un laboratorio deve mettere in conto affitto, eventuale deposito cauzionale, utenze, adeguamento dei locali, insegna e arredi. Anche per un’attività svolta da casa possono esserci spese per attrezzature, connessione, software e strumenti professionali.
Le attrezzature e le scorte. Un artigiano potrebbe aver bisogno di macchinari e utensili, un commerciante di merce da esporre e vendere, un ristoratore di cucine professionali, frigoriferi e arredi specifici. Sono investimenti che variano sensibilmente da settore a settore.
Le assicurazioni e gli obblighi di sicurezza. In funzione dell’attività possono essere necessari premi assicurativi, adempimenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro, formazione e documentazione tecnica.
La pubblicità e la promozione. Anche questo capitolo merita attenzione. Un sito internet, una presenza curata sui social network, materiale promozionale e campagne pubblicitarie possono contribuire a far conoscere la nuova attività e raggiungere i primi clienti.
Il consiglio è di non utilizzare tutto il capitale disponibile per inaugurare l’attività. Una parte delle risorse dovrebbe essere riservata alla gestione dei primi mesi, quando le entrate potrebbero non essere ancora sufficienti a coprire tutte le uscite.
Attenzione ai contributi INPS: un costo da non sottovalutare
Uno degli aspetti che più frequentemente vengono sottovalutati da chi decide di mettersi in proprio riguarda i contributi previdenziali.
Per artigiani e commercianti iscritti alle rispettive gestioni INPS, infatti, è previsto un contributo minimo obbligatorio, anche quando il reddito effettivo dell’attività risulta inferiore al minimale previsto.
Per il 2026 l’aliquota contributiva ordinaria è pari al 24% per gli artigiani e al 24,48% per i commercianti. Il reddito minimale annuo di riferimento è fissato a 18.808 euro.
Tradotto in termini economici, il contributo minimo annuo per un titolare che rimane iscritto per l’intero anno è pari a 4.521,36 euro per gli artigiani e a 4.611,64 euro per i commercianti.
Si tratta di importi da considerare attentamente nella pianificazione finanziaria, soprattutto per chi avvia un’attività con ricavi inizialmente contenuti. Al superamento del minimale, inoltre, sono dovuti ulteriori contributi sulla parte di reddito eccedente.
Esistono specifiche agevolazioni e riduzioni contributive, ma la loro applicabilità dipende dalla situazione individuale e dai requisiti previsti dalla normativa.
Per i liberi professionisti, invece, il sistema previdenziale può essere differente: alcuni sono iscritti alle casse professionali di categoria, altri alla Gestione Separata INPS. Anche in questo caso, conoscere in anticipo gli obblighi contributivi è essenziale per evitare sorprese.
Regime forfettario o ordinario: quale conviene?
Un’altra scelta importante riguarda il regime fiscale.
Per le persone fisiche che avviano un’attività individuale può essere interessante il regime forfettario, quando ricorrono tutti i requisiti previsti dalla normativa.
Il regime prevede una soglia ordinaria di ricavi o compensi pari a 85.000 euro annui, oltre a specifiche condizioni e cause di esclusione da verificare.
Il reddito imponibile viene determinato applicando ai ricavi o compensi un coefficiente di redditività stabilito in base al codice ATECO dell’attività. Su tale reddito si applica un’imposta sostitutiva generalmente pari al 15%, che può scendere al 5% per i primi cinque anni di attività quando sono soddisfatte le condizioni richieste per le nuove iniziative.
Il sistema può risultare vantaggioso per alcune categorie di lavoratori autonomi e piccoli imprenditori, ma non è automaticamente la soluzione migliore per tutti.
Chi sostiene investimenti elevati, ha costi di gestione importanti oppure prevede ricavi superiori ai limiti stabiliti potrebbe trovare più adatto il regime ordinario.
La scelta deve essere effettuata considerando non soltanto l’aliquota fiscale, ma anche la possibilità di dedurre i costi, il trattamento dell’IVA, i contributi previdenziali e le prospettive di crescita dell’attività.
I finanziamenti e gli incentivi per chi vuole aprire un’impresa
Chi desidera avviare un’attività nel 2026 può valutare anche le opportunità offerte dagli strumenti pubblici di sostegno all’imprenditorialità.
Tra le misure da conoscere c’è ON – Oltre Nuove imprese a tasso zero, gestita da Invitalia e rivolta alle micro e piccole imprese composte in prevalenza o totalmente da giovani tra i 18 e i 35 anni oppure da donne, senza limiti di età.
L’incentivo sostiene progetti nei settori della produzione, dei servizi, del commercio e del turismo. Può finanziare programmi di investimento fino a 1,5 milioni di euro per le imprese costituite da non più di 36 mesi e fino a 3 milioni per quelle costituite da oltre 36 e non più di 60 mesi.
Un aspetto da conoscere: dal 1° luglio 2026, a seguito dell’esaurimento delle risorse destinate ai contributi a fondo perduto, le nuove domande vengono agevolate esclusivamente attraverso finanziamenti a tasso zero. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha inoltre disposto nell’ottobre 2026 un rifinanziamento della misura con ulteriori 59 milioni di euro.
Un’altra opportunità riguarda il Piano Integrato Autoimpiego, che comprende due misure: Resto al Sud 2.0 e Autoimpiego Centro-Nord.
Quest’ultima interessa direttamente anche il Lazio e si rivolge ai giovani under 35 in possesso degli specifici requisiti previsti, con l’obiettivo di favorire l’avvio di attività di lavoro autonomo, imprenditoriali e libero-professionali.
Le agevolazioni possono comprendere voucher e contributi a fondo perduto, secondo le condizioni e i massimali stabiliti dai rispettivi provvedimenti.
Per chi vive e vuole investire nel Lazio, è quindi opportuno verificare non soltanto le misure nazionali, ma anche i bandi regionali e quelli gestiti attraverso gli organismi pubblici competenti.
Un’avvertenza importante: la presenza di un incentivo non significa che il finanziamento sia automatico. Ogni misura prevede requisiti soggettivi, spese ammissibili, procedure di valutazione e disponibilità finanziarie. Prima di sostenere investimenti è necessario verificare il bando aggiornato e le modalità di presentazione della domanda.
Gli errori da evitare quando si apre un’attività
L’entusiasmo iniziale può portare a sottovalutare alcuni aspetti fondamentali.
Uno degli errori più frequenti è partire senza un’analisi del mercato. Avere una buona idea non significa necessariamente aver trovato una domanda sufficiente per sostenerla economicamente.
Un altro rischio è investire troppo nell’allestimento iniziale, trascurando la liquidità necessaria per pagare affitti, fornitori, imposte, contributi e utenze nei primi mesi.
Anche la scelta della forma giuridica merita attenzione: quella apparentemente più economica all’inizio potrebbe rivelarsi meno conveniente nel medio periodo.
Infine, è importante non confondere il fatturato con il guadagno. Incassare 5.000 euro in un mese non significa aver guadagnato quella cifra: bisogna sottrarre i costi, gli oneri fiscali e previdenziali e tutte le altre spese sostenute.
Da dove cominciare: i primi passi per diventare imprenditori
Per chi ha deciso di trasformare un progetto in una concreta iniziativa economica, il percorso può essere sintetizzato in alcune tappe fondamentali.
La prima è definire il servizio o il prodotto da offrire e individuare il mercato di riferimento. La seconda consiste nel predisporre un piano economico che tenga conto degli investimenti iniziali, delle spese ricorrenti e dei ricavi attesi.
Occorre poi individuare la forma giuridica più adatta, verificare i requisiti professionali e amministrativi richiesti e confrontarsi con un commercialista o un’associazione di categoria.
Prima dell’apertura bisogna inoltre controllare la disponibilità dei locali, le eventuali autorizzazioni, gli adempimenti comunali e gli obblighi assicurativi e previdenziali.
Soltanto dopo aver verificato questi aspetti sarà possibile procedere con le pratiche necessarie e programmare l’avvio effettivo dell’attività.
Mettersi in proprio nel 2026: un’opportunità che richiede preparazione
Aprire un’attività nel 2026 può rappresentare una concreta opportunità professionale ed economica, ma non è una scelta da affrontare con leggerezza.
Le procedure amministrative sono in larga parte digitalizzate e gli strumenti pubblici di sostegno possono offrire un aiuto importante a chi possiede i requisiti necessari. Restano però da affrontare costi, obblighi fiscali, contributi previdenziali e la necessità di conquistare una clientela.
La differenza, spesso, non la fa soltanto il capitale iniziale, ma la capacità di pianificare, conoscere il proprio mercato e gestire con attenzione le risorse disponibili.
Per chi vuole diventare imprenditore, il primo investimento da fare è dunque nella preparazione: conoscere le regole, valutare i rischi e costruire un progetto sostenibile prima ancora di aprire la porta della propria nuova attività.




