FERENTINO – Ci sono nomi che, a Ferentino, non hanno bisogno di presentazioni perché evocano istantaneamente l’odore dell’erba tagliata e il rumore dei tacchetti nel sottopasso. Uno di questi è senza dubbio Felice Di Vito. Per tutti, semplicemente, Felicetto. A quasi quattro anni dalla sua scomparsa, la città torna a chiedere a gran voce un riconoscimento tangibile per l’uomo che ha incarnato, più di chiunque altro, lo spirito del calcio amaranto.
Nella giornata di oggi, giovedì 19 febbraio 2026, il consigliere di minoranza Alfonso Musa ha presentato ufficialmente una mozione indirizzata al Presidente del Consiglio Comunale di Ferentino. L’obiettivo è chiaro e ambizioso: intitolare l’attuale Cittadella dello Sport alla memoria di Felice Di Vito, trasformando quello che oggi è un centro sportivo d’eccellenza in un sacrario dei valori sportivi locali.
Un eroe romantico che scelse le mura amiche
La figura di Felice Di Vito non è legata soltanto ai risultati tecnici, pur straordinari, ma a una scelta di vita che oggi appare d’altri tempi. Nonostante il talento cristallino che lo portò giovanissimo a misurarsi con la Lazio di Gobernato e a vestire maglie prestigiose come quella della Tevere Roma e del Sora, Felicetto decise di sacrificare una possibile carriera in Serie A per restare nella sua Ferentino.
Il testo della mozione di Alfonso Musa scava nei ricordi più epici della tifoseria, citando quel leggendario 6 gennaio 1973. In una giornata gelida, sotto una pioggia battente, il Ferentino affrontava il “corazzato” Terracina. Fu proprio lui, il Capitano con la maglia numero 4, a svettare più in alto di tutti: un colpo di testa imperioso che regalò una vittoria storica contro i giganti pontini, consacrandolo definitivamente come condottiero del popolo amaranto.
Dalla prima squadra alla “scuola” per campioni
Il legame tra Felice Di Vito e lo sport cittadino non si è mai interrotto dopo il ritiro dal calcio giocato. Come sottolineato nella proposta di Alfonso Musa, la sua eredità più grande risiede nel lavoro svolto con i giovani. È stato lui la “chioccia” che ha svezzato intere generazioni di calciatori, portando la squadra Juniores sul tetto del Lazio e guidando poi, con dedizione assoluta e gratuita, i piccoli pulcini.
Tra i tanti ragazzi passati sotto il suo sguardo attento e paterno figura anche Angelo Palombo, che da quei campi di provincia avrebbe poi spiccato il volo verso la Nazionale e la Serie A. Un segno tangibile di come la competenza tecnica di Di Vito andasse di pari passo con una statura umana fuori dal comune.




