Come già riferito su queste pagine, nelle prime ore di questa mattina – 20 aprile 2026 – la Legione Carabinieri Lazio – Comando Provinciale di Frosinone e la Questura di Frosinone – attraverso il personale della D.I.G.O.S. – hanno eseguito una perquisizione domiciliare nel capoluogo, su decreto della Procura della Repubblica di Frosinone. Nel mirino, l’abitazione di una donna di 59 anni ritenuta la presunta responsabile di una serie di furti e danneggiamenti a statue sacre nelle chiese della provincia, avvenuti a partire dal gennaio 2026.
Le indagini, chirurgiche e rapide, condotte con la minuziosa analisi di filmati estratti da telecamere di videosorveglianza pubbliche e private, hanno portato a ricostruire almeno cinque episodi: dal furto di un crocifisso in ottone, un rosario e la corona della statua della Madonna alla Chiesa di Santo Stefano ad Alatri il 10 aprile, al danneggiamento della statua di Padre Pio nella Chiesa di San Benedetto a Frosinone, fino al danneggiamento della statua della Madonna di Lourdes in una nicchia votiva pubblica di via Madonna delle Rose il 14 aprile 2026. All’esito della perquisizione, sono stati sequestrati capi di abbigliamento identici a quelli ripresi dalle telecamere durante i furti.

Le indagini non si fermano qui: sono ancora al vaglio degli inquirenti almeno altri quattro episodi avvenuti in diversi comuni della provincia di Frosinone. La donna, lo ricordiamo, è allo stato solamente indiziata di delitto: la sua posizione sarà definitivamente valutata solo con una sentenza passata in giudicato, nel rispetto del principio costituzionale di presunzione di innocenza.
Il tribunale di Facebook: quando la croce diventa un’ascia
Fin qui, i fatti. Ma è quello che è accaduto dopo la diffusione della notizia che merita una riflessione più profonda. Perché nel giro di poche ore, sotto i post che riportavano la vicenda, si è riversata una valanga di commenti che hanno poco a che vedere con la Fede cristiana e moltissimo con la rabbia più viscerale.
Il tribunale del popolo virtuale ha emesso la sua sentenza prima ancora che la magistratura potesse formulare un capo d’imputazione definitivo. In un cortocircuito etico difficile da ignorare, centinaia di utenti hanno iniziato a invocare punizioni divine e atroci sofferenze fisiche nei confronti della donna. La violenza verbale ha superato di gran lunga la gravità materiale dei danni alle effigi, sollevando un interrogativo brutale: come può chi si professa custode della Fede augurare la morte al prossimo?
Le frasi apparse sotto i post di cronaca sembrano uscite da un moderno catalogo dell’orrore medievale. Tra un «che Dio ti fulmini» e un «ti auguro un cancro fulminante», emerge una furia cieca che non ammette la possibilità del perdono o, quanto meno, della comprensione clinica. «Schifosa, Padre Pio non si tocca» scrivono alcuni, dimenticando forse che proprio il Santo di Pietrelcina faceva della carità e della sopportazione del peccatore il centro del suo ministero. Altri invocano la «giustizia divina» non come un ritorno alla luce, ma come un’arma di annientamento: «Devono morire subito, e se non muoiono devono trovare le porte del cielo sbarrate».
Altri commenti, tra i più sconcertanti intercettati sui social, sono stati raccolti dalla nostra redazione, che ha provveduto anche a correggere refusi ed evidenti errori grammaticali e ortografici. Un campionario di frasi che, al di là della forma, colpisce soprattutto per il contenuto, spesso intriso di livore, superficialità e totale assenza di rispetto: “Speriamo che quelle mani ti marciscano prima di domani, maledetta; Brucerai all’inferno per l’eternità, non ci sarà perdono per una bestia come te; Se la legge non ti punisce, spero che la giustizia divina ti tolga la salute e il respiro; Padre Pio ti deve mandare la peggiore delle malattie, devi soffrire quanto hai fatto soffrire noi fedeli; Se ti incontro per strada ti sfondo la testa come hai fatto con le statue, infame; Una corda e un albero, ecco cosa servirebbe per certi esseri inutili; Spero che ogni preghiera che farai si trasformi in una maledizione sulla tua testa; Non meriti di stare al mondo, sei solo un errore della natura che va eliminato; Devi agonizzare lentamente, senza che nessuno ti porga un bicchiere d’acqua; Che la terra ti sia pesante già da viva, schifosa profanatrice; Ti devono rinchiudere e buttare la chiave, anzi, dovrebbero lasciarti in pasto ai porci; Spero che la tua casa bruci con te dentro, così capirai cosa significa il fuoco dell’inferno; Sei il cancro della società, qualcuno dovrebbe estirparti subito; Nessuna pietà per chi tocca la Madonna, meriti solo di essere lapidata in piazza; Il demonio ti ha posseduta e il demonio ti porterà via tra atroci tormenti; Che ogni tuo respiro sia un dolore lancinante, maledetta te e chi ti ha messo al mondo; Vergogna umana, spero che la tua stirpe finisca con te nel peggiore dei modi; Crepa presto, così il mondo sarà un posto leggermente più pulito senza la tua presenza“
Questa deriva mette a nudo una fragilità culturale profonda. Se l’atto vandalico contro una statua è, con ogni probabilità, il sintomo di un malessere psichico o di un disagio esistenziale che meriterebbe l’attenzione di specialisti, l’augurio di morte collettivo è il segnale di una società che ha smarrito il senso del limite. È paradossale notare come la difesa di una statua di gesso o di resina diventi il pretesto per calpestare la dignità di un essere umano in carne ed ossa, violando proprio quei precetti evangelici che si pretenderebbe di proteggere.
Eppure, la fede autentica non si misura dalla ferocia con cui si attacca il colpevole, ma dalla capacità di restare umani anche di fronte all’oltraggio. Invocare il tumore per una donna di mezza età, probabilmente smarrita nei labirinti della propria mente, non restituisce integrità alle statue della Madonna di Lourdes, ma scheggia irreparabilmente l’immagine di una comunità che si dice cristiana.
Mentre l’indagata attende che la sua posizione venga vagliata in sede giudiziaria, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza, resta aperta la ferita del dibattito pubblico. Il lavoro encomiabile delle Forze dell’Ordine ha assicurato alla giustizia un sospetto, ma nessuna indagine potrà mai sanare l’odio che scorre liberamente tra i commenti di chi, la domenica mattina, siede tra i banchi di quella stessa chiesa che ora difende con la bava alla gola. Forse, prima di restaurare il marmo delle statue, sarebbe il caso di restaurare la capacità di alcuni di restare fedeli non solo ai simulacri, ma al messaggio di misericordia che essi rappresentano.




