Roma, 6 maggio 2026 – Sono scattate all’alba di oggi le manette per diciotto persone accusate di far parte di uno dei sodalizi criminali più pericolosi attivi nella Capitale. Un’operazione imponente, coordinata dai Carabinieri del Comando Provinciale di Roma su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Roma, che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal GIP del Tribunale di Roma: sedici indagati sono finiti in carcere, due ai domiciliari.

L’accusa, a vario titolo, è pesantissima: associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, spaccio, porto e detenzione illegale di armi, sequestro di persona a scopo di estorsione, riciclaggio, estorsione e tentato omicidio. Alcuni dei reati contestati sono aggravati dall’aver agito con metodo mafioso.
Un anno di indagini sotto l’egida della DDA
L’inchiesta è stata avviata nel maggio 2025 dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma, sotto la direzione della DDA romana. In dodici mesi di lavoro, gli investigatori hanno ricostruito un sistema criminale strutturato e ramificato, dedito all’importazione dall’estero e alla distribuzione all’ingrosso di ingenti quantitativi di droga verso diverse piazze di spaccio della Capitale. Un’organizzazione che non esitava a ricorrere alla violenza più brutale per affermare il proprio controllo del territorio.

A rendere il quadro ancora più inquietante, la vicinanza accertata dei vertici del sodalizio a importanti referenti del clan Senese, storica cosca criminale romana. Un collegamento che ha fatto scattare le aggravanti del metodo mafioso, confermando la natura non improvvisata ma strutturata dell’organizzazione.
Sequestri, pistole alla testa e minacce di morte
Tre episodi, in particolare, fotografano con cruda chiarezza il livello di violenza raggiunto dal gruppo. Nel primo caso, il padre di un intermediario viene prelevato a Sulmona, in provincia dell’Aquila, e trasportato in un’abitazione al confine tra Abruzzo e Lazio. Qui, con una pistola puntata alla testa, viene costretto a inviare messaggi al figlio per ottenere la restituzione di 200 mila euro destinati all’acquisto di hashish e sottratti all’organizzazione.
Nel secondo episodio, un intermediario marocchino operante in Spagna viene minacciato di morte affinché restituisca 50 mila euro consegnati come anticipo per un carico di stupefacenti mai arrivato in Italia. Nel terzo caso, un pusher insolvente viene trascinato all’interno di una chiesa e massacrato di botte — calci, pugni e il calcio di una pistola in testa — per estorcergli 35 mila euro.
La faida nel Tuscolano e il killer cileno
Parallelamente alle attività di spaccio, l’organizzazione si è trovata a fronteggiare un sodalizio rivale per il controllo delle piazze di spaccio. Uno scontro che è degenerato in aperta guerra di strada. Il 23 novembre e l’11 dicembre 2025, nel quartiere Tuscolano, si sono consumati due agguati a colpi di arma da fuoco esplosi sulla pubblica via: due appartenenti alle cosche rivali sono rimasti feriti, mentre i passanti si sono trovati nel mezzo di una sparatoria in piena città.

La faida non si è fermata. Tra il 14 e il 19 aprile 2026, i Carabinieri sono riusciti a sventare ben cinque attentati omicidiari pianificati dall’organizzazione. Per portare a termine i delitti senza essere identificati, i vertici del gruppo avevano fatto una mossa di rilievo internazionale: reclutare un killer cileno, prelevato direttamente in Spagna e nascosto, insieme ad altri componenti del commando, in una villetta di Ciampino.
Il buco nero di Rebibbia
Uno degli aspetti più allarmanti emersi dalle indagini riguarda la casa circondariale di Roma Rebibbia. Le intercettazioni hanno documentato come l’organizzazione fosse in costante contatto con detenuti di altissimo spessore criminale reclusi nel penitenziario romano. Non solo: il gruppo era in grado di condizionare le assegnazioni dei detenuti all’interno del carcere e di commissionare spedizioni punitive nei confronti di chi si trovava in contrasto con i propri interessi criminali. Un quadro che solleva interrogativi seri sulla tenuta del sistema carcerario e sulla sua impermeabilità alle organizzazioni criminali.




