All’alba di oggi, martedì 26 maggio 2026, le forze dell’ordine italiane e albanesi hanno dato esecuzione a una complessa operazione antimafia transnazionale che ha portato a 15 misure cautelari emesse nei confronti di undici cittadini albanesi e quattro italiani. Tra i luoghi dove le manette sono scattate, accanto a Barletta, Roma Rebibbia, Tirana, Fier, Valona e Madrid, c’è anche Anagni, nel Frusinate, a conferma di come i tentacoli della criminalità organizzata di origine albanese si estendano ben oltre i confini tradizionali delle aree a rischio.

L’operazione – presentata questa mattina, 26 maggio 2026, durante una conferenza stampa – è il risultato di un’indagine transnazionale della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e della Procura Speciale Anticorruzione e Criminalità Organizzata di Tirana (SPAK), condotta nell’ambito di una Squadra Investigativa Comune costituita con il sostegno e il coordinamento di Eurojust. Un lavoro investigativo lungo, paziente, costruito mattone su mattone tra Puglia, Albania, Ungheria, Spagna e Lazio.
Il delitto che ha fatto scattare l’indagine
Tutto prende le mosse da una sera di sangue. Il 25 aprile 2025, Francesco Diviesti, 26 anni, originario di Barletta, viene coinvolto in una violenta colluttazione all’interno di un bar della sua città. Da quel momento, per quattro giorni, di lui non si sa più nulla. Il suo corpo viene ritrovato il 29 aprile nelle campagne dell’alta Murgia, in agro di Canosa di Puglia (BAT): cinque colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata, poi il cadavere bruciato all’interno di alcuni copertoni per cancellarne le tracce. Una modalità che richiama inquietanti precedenti degli anni Novanta nel territorio della BAT, quasi una firma criminale tornata dall’oblio.
Le indagini, coordinate dalla DDA di Bari con il contributo iniziale della Procura della Repubblica di Trani e della Squadra Mobile della Questura di Andria, hanno consentito di ricostruire l’intera vicenda. Secondo quanto emerso, Diviesti era stato vittima di un tentativo di estorsione. Il presunto autore materiale del delitto è un cittadino albanese che, per affermare — con metodo mafioso — la propria supremazia nelle piazze di spaccio di Barletta, avrebbe ordinato ed eseguito l’omicidio con la complicità di due cittadini italiani, un uomo e una donna, entrambi di Barletta, che avrebbero contribuito a depistare le indagini e a far sparire le prove.
La fuga e l’arresto in Ungheria
Già due giorni dopo il delitto, l’albanese si era reso irreperibile. Gli investigatori lo hanno rintracciato il 25 giugno 2025 a Roshe, in Ungheria, dove è stato fermato — non per l’omicidio, ma per detenzione di 24 chilogrammi di cocaina pura. Parallelamente, in Italia venivano sequestrati ai suoi familiari oltre 412 mila euro in contanti, mentre emergevano le responsabilità di altri tre italiani coinvolti a vario titolo nelle vicende criminali.
Proprio in quel contesto, le indagini hanno intercettato i fili di un secondo filone: un gruppo strutturato organizzato con sede a Tirana, dedito al riciclaggio internazionale di denaro contante proveniente dall’Italia — in larga misura provento del traffico di stupefacenti — verso l’Albania. Un flusso ininterrotto di capitali illeciti, di cui è stato possibile documentare anche il sequestro, da parte della Polizia Albanese, di 680 mila euro in contanti al valico di frontiera di Murriqan, tra Montenegro e Albania, il 14 novembre 2024, grazie a precise indicazioni fornite dal Centro Operativo DIA di Bari.
Quindici indagati, tre Paesi, un’unica regia criminale
Il Giudice per le Indagini Preliminari di Bari ha riconosciuto gravi indizi di colpevolezza nei confronti dei tre presunti responsabili dell’omicidio Diviesti — l’albanese come esecutore materiale e i due connazionali italiani come complici nella cancellazione delle prove — ritenendo sussistenti le aggravanti della premeditazione e del metodo mafioso. Contestata anche la detenzione e il porto illegale di una pistola, poi sequestrata, usata per un’esercitazione a fuoco con 25 colpi sparati in aperta campagna.
Il Tribunale Speciale di Primo Grado Anticorruzione e Criminalità Organizzata di Tirana ha invece emesso misure cautelari nei confronti dell’albanese principale indagato e di altri nove connazionali, tra i quali i suoi più stretti familiari, il proprietario e due dipendenti di una società di trasporti, oltre a un narcotrafficante internazionale — al momento irreperibile — ritenuto al vertice dell’intera organizzazione.
Le misure cautelari, eseguite contemporaneamente in Italia, Albania e Spagna, hanno riguardato quattro donne, sottoposte rispettivamente agli arresti domiciliari e all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Il Comando Provinciale dell’Arma dei Carabinieri di Frosinone — insieme a quello di Barletta-Andria-Trani e alle Guardie di Finanza di Bari e BAT — ha fornito il necessario supporto operativo e la cornice di sicurezza per l’esecuzione degli arresti, con il decisivo ausilio delle unità cinofile antidroga e dei cosiddetti “cash dog”, i cani addestrati a fiutare il denaro contante.
Un’operazione che si inserisce in un percorso decennale
L’operazione odierna non nasce dal nulla: si inserisce in un progetto investigativo pluriennale sviluppato tra la DDA di Bari e la SPAK di Tirana, volto a contrastare il traffico internazionale di cocaina ed eroina gestito da organizzazioni criminali albanesi. Rappresenta il seguito delle operazioni “Shefi“, “Kulmi“, “Shpirti” e “Ura“, eseguite tra il 2018 e il 2025, che hanno già prodotto 170 misure cautelari tra Italia, Albania ed altri Paesi europei, il sequestro di beni per svariati milioni di euro, il rinvenimento di oltre sette tonnellate di droga e condanne fino a vent’anni di reclusione.
Restano indagate in stato di libertà altre tre persone di nazionalità italiana, le cui eventuali responsabilità penali saranno valutate nelle successive fasi processuali.




