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    Centinaia di tonnellate di ecoballe di rifiuti abbandonate ad Anagni, Cassino, Ferentino e Ripi: la provincia di Frosinone nel mirino dell’ecomafia

    sette episodi di sversamento illecito di rifiuti accertati tra il 2022 e il 2023: camion carichi di spazzatura scaricati di notte in aree isolate, lontano da occhi e telecamere. Solo l'indagine dei Carabinieri del NOE di Bari ha permesso di ricostruire l'intera rete criminale
    29 Maggio 20265 Mins Read
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    i rifiuti abbandonati in via Collacciano di Anagni
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    Sette sversamenti, tonnellate di immondizia, buio completo. Tra l’autunno del 2022 e l’inverno del 2023, la provincia di Frosinone è diventata, in più occasioni, una destinazione silenziosa per carichi di rifiuti indifferenziati triturati e compressi in ecoballe, abbandonati di notte in strade secondarie, aree industriali e angoli appartati, lontano da occhi indiscreti e telecamere. Solo l’operazione dei Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Bari — coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo pugliese nell’ambito della cosiddetta «Operazione Erebus» — ha permesso di ricostruire l’intera trama e dare un nome ai responsabili.

    I dati parlano da soli: sette episodi di abbandono illecito accertati sul territorio, concentrati in un arco di tempo relativamente breve. Un’attività sistematica, non episodica. Il quadro che emerge dagli atti dell’indagine — un’ordinanza di circa 460 pagine firmata dalla Gip Ilaria Casu su richiesta dei pubblici ministeri Marco D’Agostino e Domenico Minardi — descrive un sistema criminale organizzato con metodo, ruoli distinti e una logistica affinata per eludere i controlli.

    Anagni, via Collacciano: un tir intero di rifiuti nell’area verde

    Tra i siti colpiti, quello di Anagni merita una menzione a parte, non solo per la sua prossimità alla redazione che ha seguito fin dall’inizio questa vicenda, ma soprattutto per la particolarità del luogo scelto. Il 13 ottobre 2022, in via Collacciano, fu scaricato il contenuto di un intero autoarticolato — un tir — in un’area verde adiacente a quello che un tempo era uno degli alberghi di riferimento del territorio: l’hotel Coccinella, struttura che per decenni aveva accolto viaggiatori e uomini d’affari e che oggi versa in stato di abbandono. Un’area appartata, fuori dai percorsi abituali, scelta evidentemente con cura proprio per la sua scarsa visibilità. Nessun testimone, nessuna telecamera utile. Solo i rifiuti, ammassati in un luogo che in altro tempo aveva tutt’altra funzione.

    Cassino, Frosinone, Ferentino, Ripi: il territorio setacciato

    Il caso di Anagni non è isolato. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Cassino è stata interessata da ben due sversamenti distinti: il primo il 7 ottobre 2022 e il secondo il 27 ottobre 2022, entrambi in via Cerro Antico. Nel capoluogo provinciale, Frosinone, lungo la strada per Ripi, si sono verificati altri due episodi, per un totale di circa 30 tonnellate di ecoballe abbandonate lungo la carreggiata o nelle immediate vicinanze.

    A Ferentino, nella zona ASI, in via Consortile, un’ulteriore operazione di scarico illegale fu documentata il 28 settembre 2022: l’area industriale, normalmente frequentata da mezzi pesanti per ragioni lecite, si presta bene a mimetizzare movimenti sospetti. Chiude il quadro Ripi, dove il 14 gennaio 2023, nei pressi della via Casilina, fu accertato l’ennesimo abbandono di rifiuti. Sette episodi in tutto, sette punti sul territorio che tracciano una mappa inquietante della penetrazione dell’ecomafia nel Lazio meridionale.

    La scelta dei luoghi: sempre lontano da occhi e telecamere

    Un elemento ricorre in quasi tutti i casi: i siti prescelti erano deliberatamente lontani da abitazioni, punti di osservazione e impianti di videosorveglianza. Non si trattava di incuria o improvvisazione, ma di una scelta operativa precisa. Come ha spiegato in conferenza stampa il procuratore aggiunto e coordinatore della DDA di Bari, Giuseppe Gatti, ogni sversamento «era organizzato in maniera accurata e attrezzata dal punto di vista logistico» e si avvaleva «di una rete di fiancheggiatori e di vedette che si assicuravano che non ci fossero controlli delle forze dell’ordine». C’era chi individuava i siti, chi scortava i convogli, chi faceva il palo. Un sistema rodato, non improvvisato.

    Il lavoro del NOE: senza di loro, nessuno avrebbe pagato

    È in questo contesto che va sottolineato con forza il ruolo dei Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Bari. Senza la loro indagine — condotta per mesi attraverso intercettazioni telefoniche, tracciamento GPS dei mezzi, analisi delle celle telefoniche agganciate dai telefoni degli indagati e utilizzo di telecamere di sorveglianza posizionate nei siti sospetti — i responsabili degli sversamenti in provincia di Frosinone sarebbero quasi certamente rimasti nel loro anonimato. I reati ambientali di questo tipo si consumano nel buio, spesso senza lasciare tracce immediatamente riconducibili ai colpevoli, e richiedono indagini complesse, pazienti, tecnicamente sofisticate.

    Il blitz del 27 maggio 2026 ha portato all’esecuzione di 19 misure cautelari — 6 arresti domiciliari, 7 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria e 6 interdizioni dall’esercizio dell’attività imprenditoriale — nei confronti di persone raggiunte dalle indagini nelle province di Foggia, Salerno, Napoli, Benevento, Roma e Latina. Gli indagati complessivi nell’inchiesta sono 30, le aziende coinvolte 16, i capi di imputazione 132. Un fascicolo imponente che racconta, pagina dopo pagina, come il traffico illecito di rifiuti non sia mai un fenomeno spontaneo, ma sempre il prodotto di una filiera criminale organizzata.

    Un problema che riguarda tutti

    Come ha ricordato il procuratore di Bari Roberto Rossi nella conferenza stampa di presentazione dell’operazione, l’inquinamento prodotto da questo flusso continuo di rifiuti illegali pone problemi seri non solo per l’ambiente, ma per la salute delle persone che vivono nelle aree coinvolte. Un monito che vale anche per la provincia di Frosinone, dove sette volte — in pochi mesi — qualcuno ha pensato di poter usare strade, zone industriali e aree verdi come una discarica di passaggio. L’Operazione Erebus dimostra che, almeno in questo caso, si sbagliava.

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