Ci sono accordi che arrivano puntuali e accordi che arrivano in ritardo. Quello firmato il 26 giugno tra la Regione Lazio e tutte le organizzazioni sindacali della medicina generale appartiene decisamente alla seconda categoria: oltre vent’anni di attesa, di trattative interrotte, di promesse non mantenute. Eppure, quando finalmente si chiude un’intesa del genere, il peso specifico è ancora maggiore.

L’Accordo integrativo regionale entrerà in vigore il 1° ottobre 2026 e ridisegna dalle fondamenta il rapporto tra il Servizio Sanitario Regionale, i medici di famiglia e, soprattutto, i cittadini che ogni giorno si rivolgono a loro.
Cosa cambia per i medici di medicina generale
Il punto di partenza è la valorizzazione della professione. L’accordo introduce la parità di trattamento economico tra i medici già in servizio e i nuovi incaricati, eliminando una disparità che da anni alimentava malcontento e precarietà. Vengono rafforzate le tutele personali — maternità, gravidanza, disabilità — e si investe in modo strutturale sulla figura del medico di medicina generale, non più concepito come presidio isolato ma come nodo di una rete più ampia.
La Regione Lazio ha scelto di destinare risorse aggiuntive rispetto a quelle previste dal contratto nazionale, con tre obiettivi dichiarati: valorizzare il ruolo dei medici di base, sostenere la riorganizzazione della medicina territoriale e accompagnare il pieno avvio delle Case della Comunità.
Le Aggregazioni Funzionali Territoriali: i medici lavorano in rete
Una delle novità più rilevanti riguarda l’organizzazione del lavoro. Con l’accordo diventano operative le Aggregazioni Funzionali Territoriali — le cosiddette AFT — attraverso cui i medici di medicina generale di uno stesso territorio lavoreranno in modo coordinato e condiviso. Per il cittadino il cambiamento è concreto: maggiore continuità dell’assistenza, percorsi di cura più semplici, presa in carico più efficace per i pazienti cronici e fragili.
Il rapporto fiduciario con il proprio medico di famiglia non viene toccato. Cambia il modello organizzativo che lo sostiene, con l’obiettivo di renderlo più solido e meno dipendente dalla disponibilità del singolo professionista. Dal lunedì al venerdì, la copertura diurna delle AFT sarà garantita dalle ore 8 alle 20; nei festivi e nelle ore notturne subentreranno la continuità assistenziale e le strutture previste dall’accordo.
Le Case della Comunità al centro del sistema
Le AFT opereranno in via preferenziale all’interno delle Case della Comunità, che con questo accordo acquisiscono un ruolo centrale e non più soltanto teorico. Diventeranno il luogo fisico in cui medici di famiglia, infermieri, specialisti e altri professionisti sanitari lavoreranno in modo coordinato, offrendo ai cittadini un punto di riferimento vicino a casa, accessibile e multidisciplinare. L’integrazione con il numero europeo NEA 116117 e con gli altri servizi territoriali punta a ridurre uno dei problemi più evidenti del sistema attuale: il ricorso improprio al Pronto Soccorso, spesso utilizzato per necessità che potrebbero essere gestite sul territorio.
Anche gli studi medici esistenti potranno diventare presìdi di prossimità del Servizio Sanitario Regionale, progressivamente dotati di strumenti di primo livello: dall’elettrocardiografo allo spirometro, dall’ecografo portatile agli strumenti di telemedicina e piccola diagnostica.
Aree periferiche: finalmente una risposta
Un capitolo specifico dell’accordo riguarda le aree rurali, periferiche e disagiate — quelle che, storicamente, hanno pagato il prezzo più alto della carenza di medici di base. Il nuovo modello prevede soluzioni ad hoc per questi territori, con la possibilità di coordinare più sedi assistenziali sullo stesso comprensorio, garantendo assistenza di prossimità senza costringere i cittadini a lunghi spostamenti. È un aspetto che riguarda da vicino anche molte realtà della provincia di Frosinone, da anni alle prese con la desertificazione sanitaria nelle aree interne.
Le reazioni politiche

Soddisfazione trasversale, almeno nel centrodestra regionale. Alessia Savo, presidente della Commissione regionale Sanità e Politiche Sociali, parla di “una scelta politica chiara: investire sulla medicina territoriale, rafforzare il ruolo dei medici di famiglia e costruire un modello organizzativo moderno”. Savo sottolinea in particolare l’attenzione riservata ai comuni periferici: “Troppo spesso le aree interne sono state dimenticate. Oggi, finalmente, la Regione interviene con un modello che tutela davvero i territori più fragili.”

Sulla stessa lunghezza d’onda Daniele Maura, vice capogruppo di Fratelli d’Italia alla Regione Lazio, che definisce l’intesa “un traguardo storico dopo vent’anni di attesa”, sottolineando come l’accordo ridefinisca il ruolo della medicina generale all’interno del sistema sanitario regionale. Entrambi attribuiscono il risultato alla guida del presidente Francesco Rocca.




