Torna a infiammarsi il dibattito sulla Valle del Sacco, il vasto comprensorio a cavallo tra le province di Roma e Frosinone che dal 2005 è classificato come Sito di Interesse Nazionale per la bonifica ambientale. A riaccendere la discussione è stato lo studio “Sulla presenza di metalli e metalloidi nei suoli di aree esterne e interne al Sin Bacino del Fiume Sacco”, realizzato da Arpa Lazio in collaborazione con Ispra, Irsa-Cnr, Iss, Izslt e Regione Lazio, e presentato lo scorso 24 giugno nella sala convegni della Regione a Frosinone. Un lavoro tecnico, basato su circa 150 campionamenti, che ha attribuito ad alcune componenti geologiche naturali la presenza di determinati metalli — tra cui arsenico, vanadio e cobalto — in alcuni terreni dentro e fuori il perimetro del Sin.
Da quello studio è scaturita una lettura politica che, secondo diverse realtà del territorio, avrebbe travalicato i contenuti scientifici del documento. In redazione sono arrivati quattro distinti comunicati — dal Gruppo Ambiente-Beni Comuni del Prc-Se provinciale, dal Collettivo Parte da Noi della Provincia di Frosinone, da Alleanza Verdi Sinistra Frosinone, Europa Verde Frosinone e Sinistra Italiana Frosinone, e infine dall’Associazione Medici di Famiglia per l’Ambiente, firmato dalla responsabile scientifica Teresa Petricca e dal coordinatore Giovambattista Martino — che convergono su un punto centrale: lo studio Arpa-Cnr non cancellerebbe, a loro avviso, la storia di contaminazione industriale della valle, e non potrebbe essere utilizzato come base per una riduzione dei confini del Sin.
Il nodo della riperimetrazione
Il Collettivo Parte da Noi parla apertamente di “revisionismo ambientale”, sottolineando come lo studio si concentri specificamente sui metalli pesanti di origine naturale, mentre la vertenza ambientale della Valle del Sacco sia nata per tutt’altre sostanze: il beta-esaclorocicloesano, i solventi clorurati, l’amianto e gli sversamenti industriali accertati negli anni anche in sede giudiziaria. Il collettivo richiama alla memoria l’episodio del luglio 2005, quando 25 mucche morirono dopo aver bevuto acqua dal fiume Cornacchia, affluente del Sacco, episodio all’origine della dichiarazione dello stato di emergenza. Nel comunicato si evidenzia inoltre come, a fronte di vent’anni di Sin, sia stato bonificato appena lo 0,2% delle aree interessate, con la caratterizzazione che avrebbe riguardato meno del 10% del territorio complessivo.
Sulla stessa linea si posiziona il Gruppo Ambiente-Beni Comuni del Prc-Se, che nel proprio comunicato richiama i dati del progetto Indaco, condotto in collaborazione tra Asl Roma 5, Asl di Frosinone e coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del Lazio (Dep Lazio), per indagare lo stato di salute della popolazione residente nei 19 comuni ricompresi nel Sin. Secondo quanto riportato nel comunicato, lo studio “Coorte dei residenti”, condotto tra il 2007 e il 2018, avrebbe confermato un legame tra l’esposizione agli inquinanti atmosferici ed esiti respiratori e tumorali, oltre a criticità relative all’infertilità maschile nella popolazione giovane della valle.
La posizione di Alleanza Verdi Sinistra
Toni più articolati, ma nella sostanza convergenti, arrivano dal comunicato congiunto di Alleanza Verdi Sinistra Frosinone, Europa Verde Frosinone e Sinistra Italiana Frosinone, che pur definendosi favorevoli ad accogliere i risultati dello studio Arpa come “passo avanti verso la verità storica e ambientale del territorio”, ne sottolineano la natura parziale. Nel comunicato si ricorda che già negli anni Duemila l’Asl Rm/E avrebbe accertato livelli elevati di beta-esaclorocicloesano nel sangue di almeno cinquecento residenti nei pressi del fiume, oltre a un incremento del tasso di tumori tra i lavoratori dell’area industriale di Colleferro. Le tre forze politiche richiamano inoltre un episodio più recente, risalente allo scorso 7 aprile, quando un tratto del fiume Sacco che attraversa il territorio di Anagni sarebbe stato interessato dal passaggio di liquami di colore scuro e dall’odore acre, con ripercussioni su diversi comuni della provincia, tra cui Supino, Morolo, Castro dei Volsci, Strangolagalli, Patrica e Ceccano. Nel testo si cita anche l’impegno storico dell’ex parlamentare Nazzareno Pilozzi, che nel 2015 fece approvare in Legge di Stabilità un emendamento per lo stanziamento di 10 milioni di euro destinati alla bonifica del Sin.
L’allarme sanitario dei medici
Il comunicato più tecnico è quello firmato dall’Associazione Medici di Famiglia per l’Ambiente, che richiama la revisione di giugno 2026 dello Studio Nazionale Sentieri, condotto dall’Istituto Superiore di Sanità, secondo cui nell’area del Sin si registrerebbe un eccesso di malattie cardiache ischemiche riconducibile al lindano, oltre a un incremento di scompenso cardiaco, tumori del sistema urinario e patologie non tumorali dell’apparato digerente. L’associazione richiama inoltre lo Studio Regionale Eras del 2012 e un successivo studio regionale del 2021 che avrebbe rilevato un aumento del rischio di tumore al polmone del 34% per i residenti entro cinque chilometri dalle discariche. Nel comunicato si segnala infine l’assenza, sul portale regionale Open Salute, di dati aggiornati relativi a prevalenza di malattie, tumori maligni e cause di morte per il comune di Anagni, imputata alla mancata attivazione per decenni di un registro tumori provinciale.
Il riferimento ai nuovi insediamenti
Un elemento ricorrente nei comunicati riguarda il timore che un’eventuale riperimetrazione del Sin possa coincidere, temporalmente e territorialmente, con l’autorizzazione di nuovi impianti nell’area di Anagni: in particolare un biodigestore nell’ex area Saxa Gres e uno stabilimento per la produzione di esplosivi in nitrogelatina nella zona della Macchia. Un nesso che, secondo Alleanza Verdi Sinistra, Europa Verde e Sinistra Italiana, andrebbe attentamente valutato prima di procedere a qualunque revisione dei confini del sito.
Tutte le realtà firmatarie, pur con accenti diversi, chiedono che l’eventuale revisione del perimetro del Sin avvenga solo sulla base di criteri tecnico-scientifici rigorosi e non sia utilizzata come strumento per accelerare nuovi insediamenti industriali, ribadendo la richiesta di trasparenza sullo stato di attuazione delle bonifiche e sulle risorse stanziate in quasi vent’anni di gestione del sito.




