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    Frosinone, smantellata la centrale dello spaccio in via Po: 11 misure cautelari dei Carabinieri

    smantellato un giro d'affari da un milione di euro l'anno: la "piazza" gestita in un appartamento popolare occupato abusivamente riforniva oltre cento acquirenti al giorno da tutta la provincia
    17 Luglio 20263 Mins Read
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    Un appartamento di edilizia popolare occupato abusivamente, trasformato in un supermercato della droga aperto praticamente 24 ore su 24, con vedette, telecamere a circuito chiuso e grate blindate a protezione della porta d’ingresso. È lo scenario emerso dall’operazione condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Frosinone, che nella mattinata odierna hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’applicazione di 11 misure cautelari personali nei confronti di altrettante persone.

    Il blitz, denominato in codice “Navigando sul Po”, ha visto in campo oltre 50 militari dell’Arma, con il supporto specialistico del Nucleo Elicotteri di Roma Urbe e dei reparti territoriali competenti. I controlli sono scattati simultaneamente all’alba nei comuni di Frosinone, Alatri, Veroli e Ferentino.

    Il provvedimento, firmato dal Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Frosinone su richiesta della locale Procura della Repubblica, ha disposto per due persone la custodia cautelare in carcere, per altre due gli arresti domiciliari con dispositivi elettronici di controllo, per una il divieto di dimora nel comune di Frosinone, per due l’obbligo di dimora rispettivamente nei comuni di Frosinone e Ferentino, e per quattro l’obbligo di presentazione periodica alla polizia giudiziaria. Va precisato che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, agli indagati vengono contestate a vario titolo condotte finalizzate alla commercializzazione al dettaglio di sostanze stupefacenti; si ricorda che, in base al principio costituzionale della presunzione di innocenza, gli indagati non sono da considerarsi colpevoli fino a sentenza definitiva di condanna.

    Un business da un milione di euro l’anno

    Le indagini, durate circa un anno, hanno permesso ai militari di ricostruire un sistema di spaccio organizzato e “familiare” nella sua composizione interna, ma strutturato con logiche quasi imprenditoriali nella gestione operativa. Secondo quanto accertato dagli investigatori, la base logistica del sodalizio era un appartamento popolare in via Po, a Frosinone, occupato abusivamente e destinato in via esclusiva allo smercio di cocaina, crack e hashish.

    Gli inquirenti hanno accertato oltre 24.000 episodi di cessione di stupefacente, per un giro d’affari stimato in oltre un milione di euro l’anno, con una media di circa cento acquirenti al giorno. Un bacino di utenza che, sempre secondo la ricostruzione investigativa, non si limitava al capoluogo ma si estendeva a numerosi comuni della provincia, tra cui Alatri, Vico nel Lazio, Veroli, Sora, Monte San Giovanni Campano, Isola del Liri, Arpino, Cassino, Guarcino, Alvito, Ceprano, Strangolagalli, Arce, Roccasecca e Colfelice.

    Vedette, passamontagna e turni: la piazza a prova di controllo

    Le modalità operative descritte nell’inchiesta restituiscono l’immagine di un’attività quasi professionalizzata. L’appartamento era presidiato da telecamere a circuito chiuso e da grate poste a protezione dell’ingresso, mentre gli addetti allo spaccio si alternavano con una turnazione giornaliera per garantire l’apertura pressoché ininterrotta del punto vendita. Il “magazzino” veniva rifornito più volte al giorno e, con la stessa frequenza, i proventi in contanti venivano prelevati e trasferiti altrove, un accorgimento pensato — secondo gli inquirenti — per limitare i danni in caso di blitz delle forze dell’ordine. Chi gestiva la cessione al dettaglio, inoltre, avrebbe adottato sistematicamente mascherine o passamontagna per rendere più difficile un riconoscimento visivo.

    L’appartamento restituito alla collettività

    Una volta sgomberato dai Carabinieri, l’immobile di via Po è tornato nella disponibilità pubblica: secondo quanto riferito dall’Arma, l’A.T.E.R. ha potuto procedere alla sua assegnazione formale a una famiglia in condizioni di fragilità sociale, chiudendo simbolicamente il cerchio su una vicenda che aveva visto un bene destinato all’edilizia popolare trasformato, di fatto, in un avamposto dell’illegalità.

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