Un fantasma silenzioso si aggira tra i boschi a nord della Capitale, ma questa volta a rischiare non è la salute pubblica bensì quella degli animali. La Regione Lazio ha firmato un’ordinanza per rafforzare la sorveglianza e contenere la diffusione della Peste Suina Africana (PSA), dopo che il primo caso sospetto è stato individuato a Riano, comune della provincia di Roma, e successivamente confermato dal Centro di Referenza Nazionale lo scorso 27 agosto.
Va detto subito, per sgombrare il campo da equivoci e allarmismi ingiustificati: la malattia non si trasmette all’uomo. Colpisce esclusivamente maiali domestici e cinghiali, ma la sua diffusione può provocare danni pesantissimi al comparto suinicolo, con ricadute economiche che si riverberano sull’intera filiera agricola e sull’export nazionale. Ecco perché, non appena arrivata la conferma della positività, si è mossa una macchina istituzionale a più livelli.
La macchina dell’emergenza si è messa in moto
A livello nazionale sono state attivate l’Unità di crisi centrale e il Gruppo operativo degli esperti, sotto il coordinamento del Ministero della Salute. Parallelamente, la Regione Lazio ha fatto scattare la propria Unità di crisi regionale, già istituita nel 2023 e pronta a intervenire in situazioni come questa. Al tavolo si sono sedute le direzioni regionali Salute, Ambiente e Agricoltura, il Commissario regionale per la gestione della fauna selvatica, le Asl del territorio interessato e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale Lazio e Toscana.
Sul campo, il ruolo più delicato spetta alla ASL Roma 4, che si è attivata prontamente per avviare le attività di verifica e monitoraggio, compresa la ricerca attiva di carcasse di cinghiali nell’area del primo ritrovamento. Al momento in cui scriviamo, i casi confermati sono quattro, tutti circoscritti al territorio di Riano.
I Comuni coinvolti nelle misure restrittive
L’ordinanza regionale interessa un’area piuttosto ampia, individuata sulla base delle indicazioni delle autorità sanitarie nazionali ed europee. Rientrano nella zona sottoposta a restrizioni i comuni di Campagnano di Roma, Capena, Castelnuovo di Porto, Civitella San Paolo, Fiano Romano, Filacciano, Fonte Nuova, Formello, Guidonia Montecelio, Magliano Romano, Mazzano Romano, Mentana, Monterotondo, Morlupo, Nazzano, Ponzano Romano, Riano, Rignano Flaminio, Sacrofano e Sant’Oreste, oltre ai Municipi III e XV di Roma Capitale.
Cosa cambia per cittadini, cacciatori e allevatori
Le disposizioni contenute nel provvedimento toccano diversi aspetti della vita quotidiana nelle zone interessate. Anzitutto, viene rafforzata la sorveglianza sui cinghiali, con particolare attenzione a quelli trovati morti o in evidenti condizioni di sofferenza: le carcasse dovranno essere gestite e smaltite dai servizi veterinari secondo rigorosi protocolli di biosicurezza. I Comuni, dal canto loro, dovranno installare cartellonistica informativa per la popolazione e adoperarsi, anche attraverso le proprie società partecipate, per impedire l’accesso dei cinghiali ai rifiuti urbani, ottimizzando il posizionamento dei cassonetti.
Stop netto anche a comportamenti che potrebbero favorire il contatto ravvicinato con la fauna selvatica: è vietato alimentare, avvicinare o disturbare gli animali, così come organizzare eventi, assembramenti o semplici picnic nelle aree agricole e naturali comprese nella zona a rischio, salvo specifiche deroghe motivate dalle autorità sanitarie. Chiunque si imbatta in carcasse o in cinghiali in evidente difficoltà avrà l’obbligo di segnalarlo tempestivamente.
Capitolo a parte per il mondo venatorio: nell’area interessata è vietata in ogni forma la caccia al cinghiale. Potranno essere autorizzati soltanto interventi di controllo mirati, condotti però nel pieno rispetto delle prescrizioni di biosicurezza stabilite dalle autorità competenti.
Sotto la lente gli allevamenti suinicoli
Non meno significativo il fronte che riguarda gli allevamenti. I servizi veterinari delle Asl Roma 1, Roma 4 e Roma 5 procederanno a un censimento aggiornato delle strutture presenti sul territorio, verificando anche l’eventuale esistenza di allevamenti non registrati. Per quelli all’aperto, più esposti al rischio di contatto con i cinghiali selvatici, potranno essere disposte misure aggiuntive: dal confinamento degli animali al rafforzamento delle barriere fisiche, fino a limitazioni sulla movimentazione dei capi. Nei casi più critici, quando non sarà possibile ripristinare in tempi rapidi condizioni di biosicurezza adeguate, non si esclude il ricorso all’abbattimento preventivo.
L’ordinanza prevede infine un costante monitoraggio virologico sui suini morti o sospetti, con la possibilità di adottare ulteriori misure in base all’evoluzione della situazione epidemiologica e alle indicazioni che arriveranno dalle autorità sanitarie nazionali ed europee.
Dalla Regione Lazio arriva un appello diretto a cittadini, allevatori e operatori del settore affinché rispettino scrupolosamente le disposizioni contenute nell’ordinanza, collaborando attivamente con i servizi veterinari. Una collaborazione che, sottolineano dalla Regione, sarà decisiva per arginare la diffusione del virus e tutelare un patrimonio suinicolo che rappresenta una voce economica non secondaria per l’intero territorio regionale.




