Diciotto anni. Un tempo lungo quanto basta per trasformare una notte di sangue in un capitolo di storia giudiziaria, ma non abbastanza per cancellarne il peso nella memoria collettiva. Era la sera del 18 settembre 2008 quando a Castel Volturno, in provincia di Caserta, un commando armato fece irruzione presso la sartoria “Ob Ob Exotic Fashion”, nella frazione di Ischitella, aprendo il fuoco senza pietà. Sei giovani migranti africani persero la vita in pochi, interminabili minuti: un eccidio che la cronaca avrebbe poi ribattezzato “strage di San Gennaro”, e che pochi minuti prima, nella stessa serata, era stato preceduto dall’omicidio di Antonio Celiento, gestore di una sala giochi della zona, ritenuto vicino alle Forze dell’Ordine come possibile informatore.
Dietro quell’esplosione di violenza c’era la mano dell’ala più sanguinaria del clan dei Casalesi, quella riconducibile al boss Giuseppe Setola, un nome che negli anni Duemila era diventato sinonimo di terrore assoluto nel Casertano. Non un regolamento di conti qualunque, ma un vero e proprio atto intimidatorio nei confronti della grande comunità di immigrati che, all’epoca, rappresentava una parte significativa della popolazione del territorio. Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, unite alla testimonianza coraggiosa del sopravvissuto Joseph Ayimbora, permisero in tempi record di ricostruire la dinamica della strage e di risalire ai suoi autori.
La caccia al boss e il ruolo dei Carabinieri di Caserta
Da quel momento si aprì una delle latitanze più delicate e seguite dell’epoca. Setola, già inserito tra i latitanti più pericolosi d’Italia, riuscì a sfuggire per mesi alla cattura, protetto da una fitta rete di complicità sul territorio. A dare la caccia al boss fu il Comando Provinciale dei Carabinieri di Caserta, guidato in quegli anni dal Generale Carmelo Burgio, con un lavoro investigativo capillare condotto dal Nucleo Operativo dell’Arma.
Un ruolo centrale, in quella caccia serrata, fu quello dell’allora Capitano Costantino Airoldi, oggi Tenente Colonnello, che comandava proprio il reparto operativo del Comando provinciale casertano. Fu la sua squadra, coordinata con i vertici dell’Arma, a stringere il cerchio attorno al latitante nei primi giorni di gennaio 2009, quando le indagini portarono all’individuazione di un covo a Trentola Ducenta, nell’agro aversano. Setola riuscì incredibilmente a sfuggire ancora una volta, dileguandosi attraverso i cunicoli della rete fognaria e procurandosi, in quella rocambolesca fuga, la frattura di un polso.
Fu proprio quell’infortunio, paradossalmente, a tradirlo: un’intercettazione telefonica in cui il boss tentava di fissare un appuntamento medico permise ai Carabinieri di individuarne la nuova posizione, questa volta a Mignano Monte Lungo, Comune al confine tra le province di Caserta e di Frosinone. Il 14 gennaio 2009, in una casupola nei pressi di una struttura sanitaria, Setola venne infine bloccato. Tentò un’ultima disperata fuga sui tetti, ma capì presto che il gioco era finito: nonostante fosse armato, scelse di arrendersi, pronunciando ai militari dell’Arma la frase — riportata all’epoca da diverse testate — con cui riconosceva la propria sconfitta.
Un’eredità di legalità che resiste al tempo
Quell’arresto non chiuse soltanto una latitanza, ma segnò la fine di una delle stagioni più cupe della criminalità organizzata casertana, con un bilancio di oltre venti omicidi attribuiti alla sola frangia stragista del clan nel corso di quell’anno drammatico. Per la strage di Castel Volturno, Setola e i suoi complici furono condannati in via definitiva all’ergastolo nel 2014, un verdetto che la magistratura ha riconosciuto come aggravato da finalità terroristiche e discriminatorie.
A distanza di diciotto anni, quella pagina di storia giudiziaria continua a essere raccontata da chi l’ha vissuta in prima linea. Lo stesso Costantino Airoldi, oggi con un grado più alto nella gerarchia dell’Arma dei Carabinieri, non ha mai smesso di condividere la propria testimonianza diretta di quegli anni di fuoco, ricordando spesso come quella caccia al latitante non fosse “soltanto un’operazione di polizia”, ma una sfida che restituì sicurezza e dignità a un territorio segnato dalla violenza.
Proprio a questo racconto è dedicato il video-intervista che anagnia.com propone oggi ai propri lettori, nel giorno esatto dell’anniversario: un documento che ripercorre, con la voce di chi c’era, i momenti più concitati di una delle cacce all’uomo più delicate della storia criminale italiana recente.




