C’è un filo che attraversa quasi novant’anni di storia e arriva fino a questa sera di fine maggio, in una sala di paese, dove pellegrini e curiosi si ritrovano davanti a uno schermo per vedere ciò che i loro antenati vissero in carne e ossa. È il filo del pellegrinaggio alla Santissima Trinità di Vallepietra, uno dei riti più antichi e sentiti del Lazio, che il 29 maggio 2026 si arricchisce di un appuntamento straordinario: la proiezione del documentario Il Pianto delle Zitelle, girato nel 1939 da Giacomo Pozzi-Bellini e ora restituito al pubblico nella sua versione integrale restaurata in 4K.

L’evento, intitolato Passo ’39 – Il pellegrinaggio, il pianto, un paese e la sua gente, è organizzato dall’Associazione Culturale Ara Antica di Vallepietra con il patrocinio del Comune di Vallepietra. Le proiezioni si terranno presso la Sala Suore di Via III Novembre, 4, con due repliche straordinarie — alle ore 19.00 e alle ore 20.30 — pensate per permettere a chiunque, anche ai pellegrini di passaggio, di assistere all’opera nella sua interezza.
Un film contro il regime, sopravvissuto per miracolo
Siamo nel 1939 e Giacomo Pozzi-Bellini — intellettuale raffinato che negli anni Trenta aveva gravitato intorno alla Cines insieme a nomi come Ludovico Toeplitz, Mario Soldati e Alberto Moravia — punta la macchina da presa su Vallepietra e su ciò che accade ogni anno sulle sue strade e nei suoi sentieri: la fiumana di pellegrini, il canto, il pianto delle zitelle, l’Italia contadina nella sua dimensione più autentica e arcaica.
Troppo autentica, per il gusto del regime. La censura fascista intervenne pesantemente sul film, riducendolo a meno della metà della durata originale: quelle immagini di un’Italia povera, devota e lontanissima dai canoni propagandistici del fascismo non potevano circolare così com’erano. Eppure il film sopravvisse, perché Pozzi-Bellini riuscì a mettere in salvo il negativo originale depositandolo alla Cinémathèque Française di Parigi, grazie all’amicizia personale con Henri Langlois, il leggendario fondatore dell’istituzione.
Come ha scritto il critico cinematografico Roberto Nepoti, si tratta di “un corto anticonformista in cui il folklore assunse un deciso valore polemico”: una definizione che dice tutto sul coraggio — e sul rischio — di quella scelta artistica.
Un documento d’autore, con firme eccezionali
Il Pianto delle Zitelle non è soltanto una testimonianza storica: è un’opera costruita con competenze altissime. La sceneggiatura porta la firma di Emilio Cecchi, tra le voci più autorevoli del giornalismo culturale italiano del Novecento. La fotografia è di Angelo Jannarelli, tra i maggiori direttori della fotografia del documentario italiano degli anni Trenta e Sessanta. Le voci del pellegrinaggio furono registrate in presa diretta — un elemento rarissimo per l’epoca, che conferisce al film una dimensione sonora di straordinaria immediatezza. Il pianto delle zitelle fu curato dal musicologo e compositore Luigi Colacicchi, studioso che dedicò la sua vita alla raccolta scientifica dei canti popolari italiani e che aveva documentato sul campo proprio questo rito.

Il film fu premiato alla VII Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e rappresenta uno dei soli due lavori cinematografici realizzati da Pozzi-Bellini, che nel dopoguerra avrebbe trovato la sua dimensione definitiva come fotografo d’arte e di reportage.
Il restauro, la riscoperta e il ritorno a casa
La riscoperta dell’opera si deve alle ricerche della studiosa Elisabetta Giovagnoni e alla collaborazione di Aldo Bonzi, già assistente personale del regista. Il restauro, portato a termine nel 2024 dalla Cineteca di Bologna presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata, è stato condotto a partire dal negativo originale e dalla copia di prima generazione presentata a Venezia nel 1939, con una lavorazione in 4K che ha restituito al film una qualità visiva inattesa.

L’opera era stata presentata in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2024 e proiettata a Vallepietra nel 2025 nell’ambito della rassegna Restare per Raccontare. La serata del 29 maggio rappresenta però qualcosa di diverso: è la prima volta che il pubblico potrà vedere la versione integrale restaurata — non più mutilata dalla forbice del censore — in una proiezione dedicata, nel paese dove tutto ebbe inizio.
Un invito aperto a tutta la comunità
Ara Antica rivolge l’invito a cittadini, pellegrini, studiosi e a chiunque abbia a cuore la storia e la cultura popolare: una serata che non è solo un evento cinematografico, ma un atto di restituzione alla comunità di un frammento prezioso della propria memoria. Mentre fuori, sulle strade e sui sentieri del Lazio, migliaia di persone si muovono a piedi verso il Santuario della Santissima Trinità come fanno da secoli, dentro quella sala il passato tornerà a parlare con la forza di un’immagine in movimento.




