Cento chilometri. Una manciata di ore per percorrerli, una vita per decidere di provarci. La 100 km del Passatore — da Firenze a Faenza, attraverso l’Appennino tosco-romagnolo — è una di quelle prove in cui il confine tra lo sport e qualcosa di più profondo si assottiglia fino a sparire del tutto. Non è semplicemente una gara: è un viaggio dentro se stessi, fatto di salite che sembrano non finire mai, discese che ingannano le gambe, il silenzio pesante della notte e quella voce interiore che a un certo punto ti chiede se ne vale davvero la pena.
Quest’anno, tra i circa 3.500 atleti arrivati da tutta Italia e dall’estero per affrontare questa impresa, c’erano anche sei atleti anagnini, pronti a misurarsi con uno degli appuntamenti più attesi nel calendario delle ultramaratone nazionali.
Valerio Dandini e Roberto Mastroianni gareggiavano sotto i colori dell’Atletica Città dei Papi Anagni, insieme a Giovanni Ventriglia e Domenico Demola, detto Nico. A loro si affiancavano Fabio Mastronardi, della Spartan Sport Academy, e Massimo Alonzi, portacolori della Torrice Runners: sei storie diverse, un’unica sfida, la stessa montagna da attraversare.
Cosa significa correre il Passatore
Per capire il valore di quello che questi atleti hanno fatto, bisogna prima capire cosa sia davvero il Passatore. La gara prende il nome dal celebre brigante Stefano Pelloni, detto appunto “il Passatore”, che nel XIX secolo imperversava tra la Romagna e la Toscana. Il percorso riprende idealmente i tracciati di quelle terre, ma in chiave moderna e decisamente più sportiva.
I 100 chilometri ufficiali si snodano con un dislivello positivo di circa 2.900 metri: si parte dal cuore di Firenze, si affrontano le pendenze del Passo della Colla di Casaglia a oltre 900 metri di quota, e poi si scende verso la pianura fino all’arrivo in piazza del Popolo a Faenza. La gara si svolge in buona parte nelle ore notturne, il che aggiunge un elemento di isolamento e concentrazione che poche altre competizioni riescono a evocare.
Per affrontarla servono mesi di preparazione specifica, chilometri nelle gambe, un’alimentazione studiata nei dettagli, e — forse soprattutto — una solidità mentale che va allenata quanto i muscoli. Non stupisce che il tasso di abbandono, anche tra atleti esperti, sia significativo ogni anno.
Da Anagni con il cuore
Eppure, nonostante tutto questo, Valerio Dandini, Roberto Mastroianni, Domenico Demola, Fabio Mastronardi e Massimo Alonzi sono arrivati al traguardo. Cinque dei sei anagnini al via hanno tagliato il nastro d’arrivo a Faenza, portando a termine una prova che molti considerano irripetibile già al primo tentativo.


Ognuno con il proprio ritmo, ognuno con le proprie battaglie silenziose combattute nell’oscurità dell’Appennino, ognuno con il proprio carico di fatica, crampi, dubbi e determinazione.
Giovanni Ventriglia, il sesto della compagnia, ha invece dovuto fermarsi prima del traguardo. Ma chi conosce il Passatore sa bene che presentarsi alla linea di partenza è già, in sé, un atto di coraggio. Affrontare una gara simile significa aver già vinto una sfida enorme: quella con la pigrizia, con la paura, con l’ignoto che si nasconde oltre il chilometro cinquanta, quando le energie iniziano a vacillare e la mente comincia a contrattare.
Lungo il percorso, un ruolo fondamentale è stato svolto da Cristian Sacrosanto e Angelo Dandini, che hanno accompagnato il gruppo come supporter, rifornendo, incoraggiando e sostenendo i compagni nei momenti più duri. In competizioni di questo tipo, la presenza umana nei punti di ristoro o a bordo strada può fare la differenza tra andare avanti e fermarsi. Non si corre mai davvero da soli, anche quando si è soli con i propri pensieri nella notte appenninica.
Una città, sei storie
Quello che ha portato ad Anagni questa tornata del Passatore è qualcosa che va oltre la somma dei risultati individuali. Sei atleti, provenienti da realtà associative diverse, hanno rappresentato con orgoglio una comunità che nel tempo ha costruito una cultura sportiva seria e radicata. Il fatto che abbiano scelto questa gara — la più dura, la più lunga, la più notturna — dice qualcosa di preciso su come intendono lo sport: non come esibizione, ma come esperienza.
E ora che Faenza è alle spalle, e le gambe iniziano lentamente a dimenticare la fatica, resta qualcosa che nessun cronometro può misurare: la consapevolezza di aver attraversato una notte intera senza arrendersi.




