Un’impresa di pompe funebri, un negozio di fiori, un’attività nel settore del pellet. In apparenza, un classico esempio di imprenditoria familiare radicata nel territorio. In realtà, secondo quanto accertato dalla magistratura e dalle forze investigative, una struttura patrimoniale costruita — almeno in parte — sul traffico di sostanze stupefacenti. La Direzione Investigativa Antimafia ha dato esecuzione a un decreto di confisca emesso dal Tribunale di Roma – Sezione Misure di Prevenzione, colpendo duramente due imprenditori della provincia di Frosinone: padre e figlio, entrambi gravati da significativi precedenti penali.
Il valore complessivo dei beni sottratti si aggira intorno ai due milioni di euro. Nel novero del patrimonio confiscato figurano cinque società operanti nel territorio del Sorano, tre terreni, cinque fabbricati e disponibilità finanziarie di varia natura. Un’architettura imprenditoriale articolata, ramificata anche attraverso i familiari dei due indagati, che le investigazioni della DIA hanno smontato pezzo per pezzo, ricostruendo con precisione il percorso di ogni euro accumulato.
La misura odierna rappresenta il capitolo conclusivo di un’operazione avviata nel giugno 2025, quando il Centro Operativo DIA di Roma aveva dato esecuzione al provvedimento di sequestro. Ma le radici dell’inchiesta affondano più indietro nel tempo: nell’ottobre 2020, padre e figlio erano stati arrestati nell’ambito di un’indagine che aveva portato alla luce uno scenario di violenza e intimidazione particolarmente allarmante.
In quegli anni, secondo quanto emerso nelle aule di tribunale, nel Sorano, nel Cassinate e in alcune zone dell’Avezzanese si consumava una guerra sotterranea tra gruppi criminali contrapposti per il controllo delle piazze di spaccio. Episodi di forte tensione che avevano seminato paura tra la popolazione civile dei territori interessati, proiettando su queste aree l’ombra lunga della criminalità organizzata.
Entrambi gli imprenditori sono stati condannati per reati legati al traffico di stupefacenti. Ed è proprio sulla base di tali condanne — unite alle risultanze investigative raccolte negli anni e alle prove emerse in sede dibattimentale — che la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma ha potuto applicare lo strumento della confisca, ritenendo accertata la sproporzione tra i redditi ufficialmente dichiarati e il patrimonio effettivamente accumulato, in particolare nel periodo in cui i due erano coinvolti nelle attività illecite.
L’operazione si inserisce nella strategia istituzionale della DIA volta all’aggressione dei patrimoni di origine illecita, strumento considerato tra i più efficaci nella lotta alle organizzazioni di stampo mafioso. Sottrarre risorse economiche alla criminalità significa, in concreto, indebolirne la capacità operativa e restituire legalità al tessuto economico del Paese: un principio che, in questo caso, trova applicazione in un territorio che non può e non deve abbassare la guardia.




