Nel carrello digitale di milioni di europei, insieme a magliette a tre euro e gadget improbabili, si nascondeva qualcosa di più pericoloso: giocattoli per neonati non conformi, caricabatterie difettosi, prodotti che non avrebbero mai dovuto varcare le frontiere del mercato unico. Temu, il gigante cinese dell’e-commerce che conta oltre 130 milioni di utenti in Europa, ha ricevuto ieri, 28 maggio 2026, una sanzione da 200 milioni di euro inflitta dalla Commissione europea per violazione del Digital Services Act (DSA), la legge che regolamenta la sicurezza e la trasparenza dei servizi digitali nell’Unione.
Si tratta della multa più pesante mai comminata ai sensi del DSA, superando i 120 milioni di euro inflitti nel dicembre 2025 al social network X di Elon Musk per analoghe inadempienze. Ed è la prima volta in assoluto che una società cinese viene colpita da questa normativa europea.
Cosa contesta Bruxelles
Il cuore dell’accusa è preciso: Temu non avrebbe identificato, analizzato e valutato con la dovuta diligenza i rischi sistemici derivanti dalla presenza di prodotti illegali sulla propria piattaforma. Le prove raccolte dalla Commissione — che aveva avviato il procedimento formale nell’ottobre 2024 includendo anche una campagna di acquisti in incognito affidata a un organismo di test indipendente — indicano che i consumatori europei hanno un’elevata probabilità di imbattersi in articoli non conformi alla normativa vigente.
Non solo merce difettosa o di scarsa qualità: sotto la lente degli investigatori europei sono finiti caricabatterie potenzialmente pericolosi e giocattoli contenenti sostanze chimiche illegali. Ma la contestazione va più a fondo, sul piano strutturale. La vicepresidente della Commissione, Henna Virkkunen, ha dichiarato senza mezzi termini che la valutazione del rischio presentata da Temu “sottovaluta i rischi concreti, manca di specificità, non si basa su prove solide e lascia all’oscuro le autorità di regolamentazione e il pubblico sulla reale portata dei potenziali danni”.
Le autorità europee imputano alla piattaforma anche di non aver considerato come la stessa architettura del servizio — dai sistemi di raccomandazione automatica ai programmi di promozione tramite influencer affiliati — possa contribuire ad amplificare la diffusione di prodotti non conformi.
Tre mesi per rimediare
Temu ha ora tempo fino al 28 agosto 2026 per presentare un piano d’azione che dimostri come intende rimediare alle carenze contestate. Il Comitato europeo per i servizi digitali avrà poi un mese per esprimere un parere sul documento, dopodiché la Commissione disporrà di un ulteriore mese per adottare una decisione definitiva. Il mancato rispetto degli impegni potrebbe aprire la strada a sanzioni periodiche aggiuntive.
La replica di Temu: “Multa sproporzionata”
La società, fondata nel 2022 e controllata dalla holding cinese PDD Holdings, non ha accettato passivamente il verdetto. In una nota ufficiale ha risposto che “rispetta gli obiettivi del Digital Services Act”, ma che non condivide la decisione e ritiene la sanzione “non proporzionata”. L’azienda ha precisato che il provvedimento si riferisce alla prima valutazione presentata ai sensi del DSA nel 2024 e che da allora sarebbero stati adottati ulteriori sistemi di controllo. “Continueremo a collaborare in buona fede con le autorità competenti”, ha concluso la nota.
Sul piano finanziario, tuttavia, la multa rischia di fare meno paura di quanto sembri: calcolata sull’1% circa del fatturato annuo, che nel 2025 ha toccato i 79,5 miliardi di euro, la sanzione rappresenta appena lo 0,25% dei ricavi della piattaforma. Il DSA consentirebbe teoricamente di arrivare al 6%, soglia che avrebbe prodotto un impatto ben più severo.
Un segnale politico, oltre che giuridico
La tempistica non è casuale. Il giorno successivo alla sentenza, il collegio dei commissari europei ha tenuto una riunione dedicata al futuro delle relazioni con la Cina, in un momento in cui cresce la preoccupazione a Bruxelles per la penetrazione commerciale cinese nel mercato interno. La multa a Temu è anche un messaggio al di là dell’Atlantico e del Pacifico: le regole del mercato digitale europeo valgono per tutti, indipendentemente dall’origine geografica dell’azienda.




