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    Home » CAR-T al San Camillo Forlanini: Roma entra nell’élite della medicina oncologica
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    CAR-T al San Camillo Forlanini: Roma entra nell’élite della medicina oncologica

    il terzo ospedale pubblico del Lazio — e il primo non universitario — ha somministrato la terapia cellulare genica a un paziente con linfoma mantellare: è guarito. Una rivoluzione che cambia il futuro di leucemie e linfomi
    1 Giugno 20264 Mins Read
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    C’è un paziente che a metà aprile è entrato in un reparto del San Camillo Forlanini di Roma con una diagnosi difficile — un linfoma mantellare non rispondente alle terapie convenzionali — e ne è uscito il 6 maggio in buone condizioni. Non è un miracolo, ma qualcosa che alla scienza piace chiamare in modo quasi cinematografico: terapia CAR-T. E per il Lazio, quella dimissione rappresenta una data storica.

    L’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini è diventata infatti il terzo ospedale pubblico della regione — e il primo tra quelli non universitari — ad introdurre ufficialmente la somministrazione delle CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T Cell Therapies), una delle frontiere più avanzate della medicina oncologica mondiale. Una terapia che non si limita a contenere il tumore, ma punta all’obiettivo più ambizioso che esista in oncologia: l’eradicazione definitiva della malattia.

    Come funziona: il sistema immunitario riprogrammato come arma

    Per capire la portata di questa innovazione, vale la pena fermarsi un momento sulla biologia di ciò che accade. I linfociti T sono globuli bianchi che costituiscono il cuore del sistema immunitario adattativo — quei soldati del corpo capaci, in condizioni normali, di riconoscere e combattere agenti estranei. Con la terapia CAR-T, questi linfociti vengono prelevati direttamente dal paziente, inviati in laboratori specializzati chiamati “cell factory” e lì geneticamente riprogrammati per riconoscere le cellule tumorali e distruggerle con precisione chirurgica.

    Il risultato è ciò che i clinici definiscono, non senza una certa meraviglia, «un tessuto umano che agisce da farmaco». Le cellule reingegnerizzate — criopreservate a -180 gradi durante il trasporto — vengono quindi reinfuse nel paziente, dove continuano a moltiplicarsi e a combattere il tumore. È, a tutti gli effetti, una terapia viva.

    Il percorso clinico: dalla selezione alla reinfusione

    Il trattamento si articola in più fasi, ciascuna governata da protocolli rigorosi. Tutto inizia negli ambulatori della UOC di Ematologia e Trapianto CSE (Cellule Staminali Emopoietiche), dove il paziente viene sottoposto a una serie di valutazioni per verificarne l’idoneità al trattamento. Segue la linfocito-aferesi: il sangue viene raccolto, centrifugato e separato nelle sue componenti dall’Unità Aferesi dell’UOC Medicina Trasfusionale e Cellule Staminali.

    Il prodotto biologico così ottenuto viene spedito alla “cell factory” tramite corrieri specializzati con contenitori criogenici a temperatura controllata. Al termine della lavorazione, le CAR-T cells tornano al centro di trattamento pronte per la reinfusione. Questa fase finale richiede un ricovero di circa 10-15 giorni, necessario per monitorare e gestire eventuali effetti avversi: la potenza antitumorale di queste cellule è tale da poter generare, in alcuni casi, reazioni gravi che richiedono supervisione medica continua.

    A sovrintendere ogni passaggio di questo percorso complesso è il CAR-T Cell-Team (CTCT), un gruppo multidisciplinare composto da ematologi, medici e biologi della medicina trasfusionale, rianimatori, neurologi e farmacisti, tutti formati con specifici corsi dedicati.

    Le patologie trattabili e i risultati attesi

    La terapia con CAR-T rappresenta oggi lo strumento terapeutico con le più elevate probabilità di successo nei casi in cui chemioterapia e trapianto autologo di cellule staminali non abbiano ottenuto risultati. Le indicazioni cliniche approvate includono alcune tra le forme più aggressive di tumore del sangue: Linfoma non Hodgkin a grandi cellule B, Linfoma Follicolare, Linfoma Mantellare, Leucemia Linfoblastica Acuta e Mieloma Multiplo.

    «Per i pazienti affetti da linfomi o leucemie che non hanno risposto alle cure tradizionali, tutto questo si traduce in una reale e rivoluzionaria opportunità di guarigione», spiega la dottoressa Roberta Battistini, direttore f.f. della UOC Ematologia e Trapianto CSE. «Garantiamo loro l’accesso ai trattamenti più avanzati direttamente nella nostra struttura, senza costringerli a faticosi spostamenti».

    Un aspetto tutt’altro che secondario: fino ad oggi, molti pazienti erano costretti a rivolgersi a centri specializzati fuori regione, con tutto il peso — fisico, psicologico ed economico — che questo comporta per chi è già alle prese con una malattia grave.

    La Regione Lazio e il progetto di un centro di riferimento

    L’introduzione delle CAR-T al San Camillo si inserisce in un disegno più ampio. Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca ha inquadrato il risultato nel progetto del Centro Regionale per le Terapie Cellulari e Geniche, che prevede la collaborazione tra tutti gli istituti di ricerca e le università del Lazio per sviluppare nuove opportunità terapeutiche. «È un risultato reso possibile grazie al lavoro di squadra di medici, infermieri, biologi, tecnici e operatori sanitari», ha sottolineato Rocca, annunciando l’intenzione della Regione di continuare a sostenere gli investimenti nell’innovazione clinica e nel rafforzamento della rete ospedaliera pubblica.

    Poter offrire questa tecnologia, ha aggiunto la dottoressa Battistini, significa «posizionare il San Camillo nel network dei centri di eccellenza ematologica a livello nazionale».

    Una posizione guadagnata con rigore scientifico, lavoro di squadra e — per quel primo paziente dimesso in buone condizioni il 6 maggio — con qualcosa che assomiglia, molto concretamente, a una seconda possibilità.


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