Sabato 20 giugno, alle ore 18.30, il piccolo borgo di Pofi, in provincia di Frosinone, si trasformerà in un palcoscenico a cielo aperto per l’arte contemporanea. È qui che prende vita Canzàre, l’intervento site-specific firmato dall’artista Natalya Marconini Falconer e curato da Irene Angenica, selezionato per rappresentare il Lazio nella settima edizione di Una Boccata d’Arte, il progetto diffuso lungo tutta la Penisola ideato da Fondazione Elpis che quest’anno coinvolge venti borghi e venti regioni italiane.
Il cuore del progetto si trova in via Giuseppe Pesci 42, dove le fondamenta di una casa distrutta dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale affiorano ancora oggi come una piccola piazza. Soglie, scale e perimetri murari raccontano, senza bisogno di parole, la forma originaria dell’abitazione che fu. È da questo spazio sospeso tra memoria privata e vita collettiva che Marconini Falconer ha costruito il proprio intervento, dopo lunghi sopralluoghi e altrettanto lunghe osservazioni della vita quotidiana del paese.
L’opera propone una risignificazione del luogo attraverso la ripavimentazione di una porzione dell’antica casa, un gesto che evoca simbolicamente un processo di ricostruzione e rinascita. Nella nuova pavimentazione l’artista ha inserito calchi legati alla memoria locale: tra questi, le frecce in selce che generazioni di bambini ritrovavano nei campi negli anni Cinquanta, e la vitalba, pianta spontanea che nell’opera diventa simbolo di resilienza. Un omaggio alla storia del borgo, ma anche un piccolo auspicio collettivo, capace di trasformare le tracce della distruzione in una narrazione di continuità.
A raccontare il senso del lavoro è la stessa artista, che descrive Canzàre come l’attraversamento di un terreno privato, quello di un borgo nato da un’energia quasi vulcanica e generativa, fatta di cose che si disfano per diventare altro. Secondo Marconini Falconer, dalle crepe della distruzione riemergono segni di vita e gesti che sfuggono a una spiegazione immediata, e l’opera nasce proprio dal tentativo di capire come la materia possa attraversare il passato per raccontare ciò che oggi non esiste più.
Il percorso che ha portato all’inaugurazione non si è fermato al solo intervento artistico. Il workshop “Case che restano”, realizzato insieme agli studenti di pittura dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone, ha permesso ai giovani allievi di ripercorrere lo stesso processo di scoperta vissuto dall’artista: esplorazioni urbane, ascolto, raccolta di testimonianze dirette tra i vicoli del paese. Da quell’esperienza condivisa è nata una tela collettiva, che accompagnerà la serata inaugurale.
La festa di apertura si terrà nel convento gestito dall’associazione I Numeri Primi e promette di intrecciare arte e tradizione: il Gruppo Folklore Pofano animerà la serata con danze e canti popolari accompagnati da abiti della tradizione locale, mentre la Borgosteria curerà un momento conviviale con i sapori tipici del territorio, aperto a tutta la comunità.
Non è la prima volta che il piccolo centro arroccato su un antico vulcano spento si trova al centro dell’attenzione. Il suo territorio, infatti, occupa da tempo un posto di rilievo nel dibattito paleoantropologico internazionale grazie ai reperti fossili attribuiti all’Homo heidelbergensis, risalenti a circa 400mila anni fa e oggi custoditi al Museo Preistorico Pietro Fedele, testimonianza di una presenza umana nella Valle del Sacco che affonda le radici nel Paleolitico medio.
A dare forma curatoriale al progetto è Irene Angenica, curatrice educativa originaria di Catania, che dal 2021 al 2025 ha guidato le attività educative del MACRO di Roma e che per Una Boccata d’Arte in Lazio ha già curato, nelle edizioni precedenti, gli interventi di Elena Rivoltini a Bassiano e di Gabriele Ermini a Oriolo Romano. Natalya Marconini Falconer, nata a Londra nel 1997, ha conseguito un Master in Belle Arti alla Slade School of Fine Art dopo la laurea in Letteratura inglese all’University College London, ricevendo la borsa di studio della Sarabande Foundation. La sua ricerca, fatta di scultura, installazione e scrittura, si concentra sui vuoti della memoria familiare e dei luoghi, spesso a partire dai resti materiali lasciati da industrializzazione, migrazioni interne ed eventi naturali.

L’opera resterà visibile al pubblico fino al 4 ottobre, offrendo a chi visiterà Pofi l’occasione di confrontarsi con un pezzo di storia restituito, attraverso l’arte, a una nuova vita collettiva.




