Non si placa il dibattito sul SIN Valle del Sacco, il Sito di Interesse Nazionale istituito nel 2016 per la bonifica del bacino del fiume che attraversa la provincia di Frosinone. A intervenire nella discussione è il circolo Legambiente “Il Cigno” di Frosinone APS, che con un comunicato stampa contesta punto per punto la lettura degli eventi emersa nelle scorse settimane, in particolare dopo un recente convegno dedicato al tema e le successive dichiarazioni del sindaco di Anagni, Daniele Natalia.
Secondo l’associazione ambientalista, le conclusioni politiche scaturite da quell’incontro pubblico, unite alle esternazioni del primo cittadino anagnino, rischiano di costruire una narrazione fuorviante, capace di restituire ai cittadini un’immagine distorta della reale situazione ambientale della Valle del Sacco. Legambiente non nega che la perimetrazione del SIN abbia comportato, negli anni, rigidità amministrative e rallentamenti burocratici per imprese e investitori del territorio, né che alcune decisioni prese in passato meritino oggi una verifica tecnica aggiornata. Il punto critico, spiega il circolo, riguarda piuttosto l’uso che si sta facendo dei risultati di una specifica indagine per sostenere che il territorio sarebbe stato per decenni vittima soprattutto di un allarmismo ambientale ingiustificato.
Una ricostruzione che l’associazione definisce riduttiva. Il bacino del Sacco, ricorda Legambiente, non è diventato Sito di Interesse Nazionale per iniziativa di un ambientalismo radicale, ma a seguito di un procedimento tecnico-amministrativo fondato su contaminazioni accertate, emergenze ambientali riconosciute dallo Stato, indagini scientifiche e monitoraggi sanitari documentati nel tempo da enti pubblici, magistratura e organismi tecnici. A questo, sottolinea il comunicato, si aggiunge il tributo umano pagato dal territorio, con cittadini ammalati e deceduti per patologie correlate all’inquinamento.
Il riferimento diretto è ai risultati dell’indagine condotta da ARPA sulla verifica dei valori di fondo di metalli pesanti e metalloidi nel suolo, secondo cui nel 99% dei casi non sarebbe emerso un inquinamento industriale diffuso. Un dato che, per Legambiente, può eventualmente essere utile a ridefinire la perimetrazione di alcune aree specifiche, ma che risulta scorretto utilizzare per trarre conclusioni generali sull’intera vicenda ambientale della Valle del Sacco. L’associazione ricorda infatti che si tratta di un’indagine parziale, da valutare insieme agli altri studi ancora in corso, in particolare quelli relativi alle acque sotterranee e alla qualità del fiume Sacco e dei suoi affluenti. Restano inoltre aperte, secondo il circolo, questioni rilevanti come la contaminazione da beta-HCH e la qualità dell’aria della valle, oltre a numerosi siti industriali le cui bonifiche non sarebbero ancora state avviate.
Il nodo centrale, per Legambiente, è un altro: a oltre vent’anni dall’emersione dell’emergenza ambientale, le caratterizzazioni dei siti risulterebbero ancora largamente incomplete e le bonifiche realizzate finora riguarderebbero, secondo quanto ricostruito nel dossier della campagna nazionale “Ecogiustizia Subito”, soltanto una minima parte dell’area SIN. Un elemento che l’associazione porta a sostegno della tesi secondo cui lo Stato continua a investire risorse pubbliche e mantenere attivi i sistemi di controllo proprio perché il problema ambientale non sarebbe mai stato una mera costruzione ideologica.
Il circolo frusinate invita quindi a non trasformare il confronto tecnico-scientifico in uno scontro tra sostenitori dello sviluppo e presunti alimentatori di paure irrazionali, una contrapposizione che rischierebbe di delegittimare il lavoro svolto negli anni da ricercatori, tecnici, associazioni e cittadini. La vera domanda, conclude Legambiente, non riguarderebbe chi avesse ragione in passato, ma perché, nonostante oltre due decenni di procedure avviate, la bonifica del SIN Sacco resti ancora lontana dal completamento. Per l’associazione, lo sviluppo economico del territorio resta un obiettivo condivisibile, ma non potrebbe fondarsi sulla minimizzazione delle criticità ambientali ancora esistenti, bensì su trasparenza, dati pubblici accessibili, bonifiche realmente efficaci e piena tutela della salute della popolazione residente.
Il comunicato di Legambiente arriva a un giorno di distanza da un articolo pubblicato da anagnia.com, nel quale alcune associazioni del territorio avevano espresso posizioni analoghe sulla vicenda.
Questo il testo integrale del comunicato:
SIN BACINO DEL FIUME SACCO: PERCHÉ LA NARRAZIONE DELL’ULTIMO MIGLIO È ERRONEA E FUORVIANTE
Frosinone, 03/07/2026
Le conclusioni politiche emerse nel recente convegno sul SIN della Valle del Sacco, unite alle
successive esternazioni del sindaco di Anagni, Daniele Natalia, segnano un ulteriore passo nella
costruzione di una narrazione politica che, pur partendo da elementi reali, rischia di restituire ai
cittadini un’immagine profondamente distorta della situazione ambientale dell’area della Valle del
Sacco perimetrata dal 2016 come Sito d’Interesse Nazionale per la bonifica.
Nessuno mette in discussione il fatto che la perimetrazione del SIN abbia prodotto nel tempo
rigidità amministrative, rallentamenti procedurali e difficoltà per imprese e investitori. Né si può
ignorare che alcune scelte compiute in passato abbiano richiesto, e richiedano ancora, verifiche
tecniche puntuali e aggiornamenti alla luce dei dati più recenti.
Il problema nasce quando i risultati di una specifica analisi vengono utilizzati per sostenere,
implicitamente o esplicitamente, che per decenni il territorio sarebbe stato vittima soprattutto di
una “narrazione allarmistica”.
Questa ricostruzione appare quantomeno riduttiva.
Il Bacino del Sacco non è diventato Sito di Interesse Nazionale per un capriccio ideologico, né per
iniziativa di improbabili “ambientalisti radicali”. Il SIN nasce da un procedimento tecnico-
amministrativo e a seguito di contaminazioni accertate, di emergenze ambientali riconosciute dallo
Stato, di indagini scientifiche, di monitoraggi sanitari e di una lunga serie di criticità ambientali
documentate da enti pubblici, magistratura e organismi tecnici.
Dati di fatto, ai quali è opportuno aggiungere la lista delle persone che si sono ammalate, e molte
sono morte, per malattie correlate all’inquinamento.
Sostenere oggi che nel “99% dei casi” non sia emerso un inquinamento industriale diffuso
potrebbe rappresentare un elemento utile per ridefinire la perimetrazione di alcune aree. Ma è
sbagliato.
Come è noto, il recente tentativo di riscrivere la storia del SIN nasce dai risultati dell’indagine
condotta da ARPA per la verifica dei valori di fondo di metalli pesanti e metalloidi nel suolo. Una
indagine specifica e parziale che dovrà essere valutata unitamente agli altri studi non ancora
conclusi, in particolare quelli sulle acque sotterranee e sulla qualità delle acque del fiume Sacco e
dei suoi affluenti. Utilizzare i soli dati ARPA per trarre conclusioni generali sull’intera vicenda
ambientale della Valle del Sacco è scorretto e fuorviante, anche perché pesano ancora come
macigni la vicenda della contaminazione da β-HCH e la pessima qualità dell’aria della Valle, senza
parlare dei tanti siti industriali su cui le bonifiche sono ancora al palo.
Il punto centrale, insomma, è un altro: a oltre vent’anni dall’emersione dell’emergenza ambientale,
le caratterizzazioni risultano ancora largamente incomplete e le bonifiche effettuate – come
ricordato nel dossier prodotto in occasione della campagna “Ecogiustizia Subito” di Legambiente –
riguardano una minima parte del SIN. Se il problema fosse stato soltanto una costruzione
ideologica, difficilmente lo Stato continuerebbe a investire risorse pubbliche, mantenere attivi
sistemi di controllo e monitorare matrici ambientali e salute della popolazione.
La realtà è molto più complessa della semplicistica rappresentazione proposta dagli amministratori
vicini al governo nazionale e regionale. Esistono certamente aree che, sulla base delle evidenze
scientifiche, possono essere escluse dal SIN o sottoposte a procedure meno gravose. Ma esistono
anche contaminazioni storiche accertate, siti ancora da bonificare e un ecosistema che continua a
richiedere attenzione e controlli rigorosi.
Per questo appare discutibile trasformare il confronto tecnico-scientifico in uno scontro tra chi
sarebbe stato dalla parte dello sviluppo e chi invece avrebbe alimentato paure irrazionali. Una
contrapposizione di questo tipo non aiuta il territorio e rischia anzi di delegittimare il lavoro svolto
negli anni da ricercatori, tecnici, associazioni, cittadini e istituzioni.
La vera domanda non è chi avesse ragione nel passato. La vera domanda è perché, nonostante
oltre vent’anni di procedure, la bonifica del SIN Sacco sia ancora lontana dal completamento.
Finché a questa domanda non verrà data una risposta convincente, appare prematuro sostenere
che il problema principale della Valle del Sacco sia stato l’allarmismo. Il problema, semmai, è che le
bonifiche procedono ancora troppo lentamente e che il territorio continua ad attendere quella
piena restituzione ambientale promessa da anni.
Lo sviluppo economico è indispensabile. Ma uno sviluppo duraturo non può fondarsi sulla
rimozione o sulla minimizzazione delle criticità ambientali ancora esistenti. Può nascere soltanto da
trasparenza, dati pubblici, bonifiche efficaci e piena tutela della salute dei cittadini.
Circolo Legambiente “Il Cigno” di Frosinone APS




